Recensione
Gianluca Scroccu, L'Unione sarda, 03/06/2010

Quando la politica abbracciò l'altra metà d'Italia

“È nata la Repubblica Italiana”. Ad annunciarlo, in una foto rimasta famosa, il bel volto radioso di una ragazza con in mano una copia del Corriere della Sera.Non è un caso che sia proprio una figura femminile ad essere associata alla nascita della nuova Italia uscita dalla guerra. Proprio in quel 2 giugno del 1946, infatti, la partecipazione delle donne al voto per la scelta tra monarchia e repubblica e per l'elezione dell'Assemblea Costituente avrebbe rappresentato una svolta nella storia nazionale. Per capire la genesi e le modalità di quella straordinaria giornata è quanto mai utile la lettura del libro di Patrizia Gabrielli “1946, le donne, la repubblica” (Donzelli, 249 pagine, 27 euro). Docente di storia contemporanea all'Università di Arezzo, autrice di diversi studi fondamentali sulla partecipazione delle donne alla lotta politica nel Novecento, la Gabrielli conduce il lettore in una ricostruzione scrupolosa quanto appassionata di un anno che segnò la prima presenza della “seconda metà del cielo” alla politica attiva nella storia italiana. Dopo la parentesi fascista, che come è noto coltivò un'immagine piuttosto stereotipata e adattata ai canoni tradizionalisti del regime, la Liberazione e il ritorno della democrazia aprirono spazi nuovi e inesplorati al raggiungimento di una vera parità di genere nell'esercizio dei diritti politici. Nonostante i problemi enormi della ricostruzione, il secondo dopoguerra vide soprattutto l'attività spasmodica dei partiti di massa ansiosi di rappresentare e veicolare gli entusiasmi e la voglia di partecipare degli italiani. E saranno le donne ad irrompere con forza sulla scena pubblica nazionale, soprattutto all'interno di organizzazioni specifiche come il cattolico Cif o la socialcomunista Udi, dove moltissime di loro si troveranno a svolgere il proprio apprendistato e i primi passi della carriera. E dove avrebbero fatto i conti con i condizionamenti e le rigidità della guerra fredda e con i rapporti spesso conflittuali con i propri partiti di riferimento, primo fra tutti il Pci.Il voto femminile, prima alle amministrative di primavera e poi il 2 giugno, venne guardato con curiosità in quanto percepito chiaramente come possibile elemento di condizionamento degli equilibri politici. Questo fattore di novità non trovò comunque forme di espressione adeguate, schiacciato da pregiudizi trasversali che vedevano le donne non all'altezza e che condizionarono le stesse dirigenti impedendo una caratterizzazione troppo marcata della novità rappresentata da quel voto. Particolarmente intense, frutto di un meditato incrocio di fonti archivistiche e a stampa e di memorie, sono le pagine che l'autrice dedica all'esame dei dubbi di uomini di cultura e di spettacolo circa il voto femminile, con il prevalere della paura che una partecipazione troppo marcata potesse allontanare mogli e figlie dalla cura della famiglia e della casa, minacciando così la suddivisione gerarchica a predominio maschile affermatasi nel tempo. Alla fine le costituenti furono solo 21. Un dato che ci deve far riflettere, sia in relazione all'astensione crescente di questi anni, sia all'ancora sottorappresentata presenza femminile nelle istituzioni.