Recensione
Pietro Citati, La Repubblica, 07/06/2010

Delitto e castigo, quel fascino assoluto del romanzo di Dumas

Alla fine del 1843, quando cominciò a scrivere I tre moschettieri, Alexandre Dumas si ritagliò una piccola abitazione nel suo appartamento ufficiale di Parigi. Lì rinchiuso era irraggiungibile: né importuni né parassiti potevano disturbarlo. Nella stanza c’era una tavola di legno bianco, un canapè, due seggiole, qualche libro sul camino e un letto di ferro dove poteva riposare se il lavoro si prolungava nella notte. Arrivava nel suo covo alle sette di mattina con le maniche di camicia tirate fino ai gomiti e il collo libero, lavorava incessantemente fino alle sette di sera. A mezzogiorno spesso dimenticava di mangiare e il pasto restava intatto sul tavolo. La sera cenava con abbondanza: talvolta cucinava lui stesso, e intanto raccontava al figlio quello che i suoi personaggi avevano fatto nel corso della giornata e avrebbero fatto l’indomani. Cinquant’anni dopo , il figlio ricordava una frase di Corot:”Cosa è l’arte se non dà gioia?” “Tu pensavi come lui – commentava rivolgendosi al padre – e più davi volta alle tue creazioni più la vita abbondava in te , come quei grandi fiumi, alimentati da sorgenti misteriose, che si rinnovano via via che si allargano e straripano.” Nel 1844 e nel 1845, Alexandre Dumas scrisse otto romanzi, tra i quali i suoi libri più famosi. I tre moschettieri, Venti anni dopo, e Il Conte di Monte-Cristo,il capolavoro. Spesso erano immensi: Il Conte di Monte-Cristo comprende 1398 pagine nella fitta edizione della Pleiade, e rappresentavano mondi , toni, idee, completamente diversi fra loro, perché le sorgenti del grande fiume si rinnovavano ogni istante. Se un collaboratore, Auguste Maquet, gli preparava spunti e schizzi, Dumas rimodellava tutto il materiale : rifaceva la trama, aggiungeva significati , scriveva e riscriveva con la sua mano implacabile. Non si era mai visto ( e non si vedrà mai) un esempio così prodigioso di produttività e di immaginazione. Quello che lui componeva con infinita facilità, oggi noi dobbiamo leggerlo con infinita attenzione, perché queste pagine sono piene di segreti, di miti, di simboli, di luci analitiche. Niente più difficile che risalire alle sorgenti misteriose del fiume : tanto sono sottili e complicate le sue vene sotterranee. Come dicevano gli inglesi nel Seicento, Il Conte di Monte-Cristo è una sterminata hilarotragedia, dove il riso e il delitto, il gioco e il Male Assoluto si sfiorano e si intrecciano. Il lieve tono ironico, lo spirito settecentesco, l’allegretto sono presenti in ogni capitolo; ed è difficile immaginare pagine più brillanti di quella dove Luigi XVIII, sul punto di venire cacciato da Napoleone, annota ai margini un’edizione cinquecentesca di Orazio, o dove il Conte di Monte-Cristo invia un falso telegramma, che farà perdere una fortuna a Danglars, il banchiere suo nemico. Ci divertiamo: e per qualche momento pensiamo che il mondo non sia altro che riso, brillio, scintillio, ticchettio di risate. Altrove, il comico è diverso. La rumorosa orgia del carnevale può cominciare, a Roma, solo dopo che la folla ha assistito avidamente agli spettacoli della ghigliottina. Qui il comico consiste in un gioco vertiginoso attorno all’orrore, come se soltanto il male potesse far prorompere i razzi esilaranti del riso. Negli stessi mesi Dumas aveva inventato , nei Tre moschettieri , il personaggio di Milady, la grande attrice, che recita la parte romanzesca di Satana. Nel Conte di Monte-Cristo, non c’è più la sua voce incantevole: il male contagia ogni cosa, ogni persona: diventa la casa del delitto, la casa del giudice Villefort, dove quattro persone vengono avvelenate, e alla fine l’assassina avvelena se stessa e il figlio. Nella letteratura dell’Ottocento, incontriamo di rado una tale grandezza, concentrazione ed espansione del Male Assoluto. L’architettura del Conte di Monte-Cristo possiede una meravigliosa precisione ed esattezza. Non saprei dire se il libro sia composto di romanzi diversi, che la facoltà affabulatrice di Dumas fa coabitare o se moltissimi fili narrativi procedano gli uni accanto agli altri, fino a riunirsi e ad esplodere in spettacolari colpi di scena. Dovunque regna l’enigma: la soluzione dell’enigma viene sospesa e rinviata: ora una pagina ci suggerisce cosa accadrà, ora una voce sotterranea ci fa capire che avverranno cose completamente diverse. Il racconto corre veloce, trascina gli ostacoli, attraversa i tempi e gli spazi, copre immense tele - scriveva Sainte-Beuve – “senza stancare mai il pennello di Dumas né il suo lettore”.

Il romanzo comincia con un allegretto. Il 24 febbraio 1815 appare, nel porto di Marsiglia, Edmond Dantès: ha diciannove anni: è alto, svelto, ha gli occhi neri e i capelli d’ebano; è semplice, ingenuo, tenero, dolce. Il futuro gli sorride: sta per sposare Mercedes e per diventare capitano del tre-alberi Pharaon. Ma la grande storia, quella che fabbrica carceri e carcerati, non vuole la sua felicità: e attraverso un intrico di casi e di macchinazioni, lo rinchiude in una tetra prigione di Stato, il castello d’If. Lì Edmond Dantès vive per quattordici anni: isolato in una cella umida, ascoltando il rumore del ragno che tesse la tela, la caduta periodica di una goccia d’acqua , senza sapere perché è stato incarcerato . Invano prega: invano abita l’immobilità cupa dell’idea di suicidio. Nel castello d’If , Il Conte di Monte-Cristo subisce la sua prima metamorfosi , diventando un romanzo iniziatici. Edmond Dantès conosce un altro detenuto, l’abate Faria, simile agli illuminati, cultori di Swedenborg e Mesmer, che Gérard de Nerval amava. Quel vecchio con i capelli bianchi e la lunga barba nera è un matematico, uno scienziato, un bricoleur, un filosofo della storia, un mistico, un mago . Conosce tutte le cose : ha letto tutti i libri : trova nelle cose reali il loro nascosto significato simbolico : avanza senza timore nel regno dell’impossibile e , dovunque viva, nel reale o nell’infinito, sa vedere. Mentre Dantès scorge lampi di scienza in ognuna delle sue parole, l’abate ama l’ingenuo marinaio come il figlio della sua prigionia. Dantès perde la sua innocenza ; e, alla fine del suo apprendistato, impara anche lui a viaggiare nell’occulto. Nel 1829 l’abate Faria muore: l’ultimo fremito del suo cuore cessa, il viso diventa livido; e per quanto Dantès cerchi di chiuderli, i suoi occhi rimangono aperti , guardando di là, nel mondo della morte e dell’impossibile. Scambiato col cadavere di Faria, il corpo di Dantès viene chiuso in un sacco e gettato in mare, con una palla di cannone legata ai piedi: attraversa l’aria come un uccello ferito, cadendo, cadendo sempre con uno spavento che gli ghiaccia il cuore; infine egli sventra il sacco, taglia la corda con un coltello e con un colpo di piedi risale libero alla superficie del mare. Il tuffo nell’acqua è la sua resurrezione; e da questo momento, tutto cambierà – lui stesso, il mondo, la vita, il futuro.

Dopo quel salto vertiginoso, nel Conte di Monte-Cristo di apre un immenso vuoto. Passano dieci anni che Dumas non racconta; e che possiamo ricostruire, con molta approssimazione, solo grazie ai cenni successivi. In questi dieci anni Edmond Dantès vive non una, ma venti vite. Accumula una sterminata fortuna: viaggia in Italia, in Grecia, in Turchia, in Egitto: frequenta i mercati orientali, compra schiavi, apre harem, diventa amico dei sultani, scopre veleni e liquori magici. Tutta la folla di marinai, di pirati e di contrabbandieri che gremisce il Mediterraneo, tutti i banditi del Lazio e della Corsica venerano in lui una specie di misterioso Signore e Protettore. Il cuore della sua nuova esistenza è l’isola di Montecristo, davanti alle coste toscane, che Dumas aveva circumnavigato , qualche anno prima, insieme al giovane principe Bonaparte. L’isola è una roccia quasi conica: un cataclisma vulcanico l’ha spinta dal fondo dell’abisso alla superficie del mare; o un dio incollerito l’ha gettata nel mare. E’ solitaria e deserta: nessun uomo la abita; ma è animata da cicale, lucertole, ulivi, mirti, capre selvatiche, che la trasformano in una creatura vivente. L’abate Faria aveva parlato di quest’isola ad Edmond Dantès, raccontandogli che le sue grotte custodivano un tesoro del Rinascimento. Ora Dantès vi sbarca: esplora le rocce: vi fa esplodere della polvere da sparo; scende una specie di scala, che lo conduce in due grotte. Con l’aiuto del testamento dell’abate Faria , scopre nell’angolo della seconda grotta un cofano, pieno di lingotti e di scudi d’oro, di rubini, diamanti e perle, che splendono ai suoi occhi abbacinati.La sua scoperta ha qualcosa di sacro: il tesoro è un tesoro delfico, difeso da un serpente. Edmond Dantès varca una frontiera: penetra nel regno delle Mille e una notte, dove i tesori dormono nascosti nel seno della terra, protetti dallo sguardo protettivo dei genii. Montecristo è il regno del fantastico, dell’inverosimile e dell’impossibile orientali. Non vi si mangiano cibi occidentali, ma una marmellata magica, l’hascisc. Se uno la gusta, il suo corpo sembra acquistare una leggerezza immateriale, il suo spirito si illimpidisce, i suoi sensi raddoppiano i loro poteri, l’orizzonte s’allarga. Queste pagine sono il culmine del romanzo: Edmond Dantès cambia nome : diventa il conte di Monte-Cristo; e trasporta le ricchezze , le fantasie e i sogni delle Mille e una notte a Parigi, nel cuore del grigio mondo occidentale , inventando, come avrebbe detto Stevenson , le Nuove Mille e una notte.

Cambiando nome, Edmond Dantès muta natura e carattere. Era un marinaio, e ora conosce la più squisita eleganza: tutto ciò che fa è pieno di grazia e di delicatezza: le sue maniere superano in nobiltà le maniere della più fine aristocrazia d’Europa, i suoi abiti rivelano un gusto perfetto: le sue case splendono di lussi; e nessuno può eguagliare la sua autorità grave ed ironica. Spesso sembra un tiranno orientale, che non ha servi ma schiavi che gli obbediscono con venerazione. Educato dall’abate Faria, conosce tutti i misteri: vede ciò che è occulto ; e la sua scienza si trasforma in una magia potentissima. Quando era giovane, aveva un carattere semplice, che si poteva descrivere con qualche rapido tocco. Il conte di Monte-Cristo possiede una natura illimitata, che talvolta sfugge persino a Dumas, che adorava l’illimitato. Ora il suo cuore è quasi pietrificato: ora è sensibile, soave, dolcissimo: ora si controlla come un asceta indiano: ora si perde nell’infinito: ora venera la ghigliottina: ora diffonde dovunque la sua benevola protezione: ora ride di un riso terribile, nato dalla sofferenza: ora le sue labbra accennano un sorriso breve e amabile: ora è immobile e solitario; ora il suo spirito è velocissimo e tutte le cose e gli uomini si muovono rapidissimamente attorno a lui. Malgrado questa vastità psicologica, Monte-Cristo non si accontenta del proprio io: ha bisogno di moltiplicarsi e si trasforma e si maschera come il più abile degli attori. Il suo dono essenziale è il fascino, che ha ereditato da Byron: attrae le persone che ama ( e talvolta anche quelle che odia) , come se un fluido irresistibile emanasse “ dal suo occhio profondo e melanconico, e dalla sua bocca disegnata con finezza meravigliosa”.

Non sappiamo mai precisamente se il conte di Monte-Cristo sia un messo di Dio, incaricato di realizzare in terra le trame della Provvidenza celeste: o se invece abbia stretto un patto col diavolo, che gli consente di sembrare un agente di Dio. Con grande sottigliezza , Dumas gioca attorno a quest’enigma. In ogni caso, se Monte-Cristo è un messo divino, il suo Dio è soprattutto quello biblico della vendetta: il Dio che punisce le colpe fino alla terza e alla quarta generazione, avvolgendo Sodoma e Gomorra di fuoco e di zolfo. Monte-Cristo si diverte, recita la sua parte, macchina scene comiche o tragiche, intreccia enigmi, percorre vie nascoste. E’ un attore delizioso: ma non dobbiamo dimenticare che sullo sfondo c’è sempre l’atmosfera fosca , spietata, lugubre della vendetta. Accanto a lui, Ulisse che massacra i Proci , è un ingenuo apprendista. Dopo dieci anni di iniziazione, Monte-Cristo giunge a Parigi dove vuole impiantare il regno fantastico delle Mille e una notte. Compra case e ville lussuose: possiede i più bei mobili e i più bei cavalli: conosce gli aristocratici , i borghesi, i banchieri, gli uomini politici, i giornalisti: si appropria di ogni particolare della vita parigina; e diventa il misterioso Signore che affascina tutti gli abitanti della città, come una prodigiosa meteora arrivata da oriente. Nessuno può rivaleggiare con lui. Con una esattezza crudele, si vendica di coloro che l’avevano calunniato e rinchiuso nel castello di If. E se si arresta nella vendetta, vinto dalla sua antica passione amorosa, gli sembra di essere un dio che ha interrotto a metà la creazione: si sente colpevole , e vuole uccidersi, perché non ha compiuto la sua missione di vendicatore. L’ultima vendetta è la più tremenda. Quando vede i corpi distesi della moglie e del figlio del giudice Villefort, Monte-Cristo capisce di aver violato ogni limite. Ora non può più dire:”Dio è per me, e con me”. Aveva creduto di essere un semidio: ma gli dei non fanno il male: si fermano o vogliono fermarsi; e il caso non è più forte di loro. Monte-Cristo si pente. Vuole tornare alla sua giovinezza: essere di nuovo Edmond Dantès; e prega l’abate Faria, il suo secondo padre, di liberarlo dal rimorso. Dio lo perdona attraverso l’amore che Haydée, la sua bellissima schiava greca, nutre per lui. Mentre Monte-Cristo lascia Parigi, una “serenità quasi sovrumana lo avvolge come un’aureola. Pare un esiliato che ritrova la sua patria”. Scende la sera: soffia una leggera brezza, “il respiro della natura che si risveglia”; e sulla linea blu scuro che all’orizzonte separa il cielo dal Mediterraneo, si scorge una vela bianca, grande come l’ala di un gabbiano. Insieme ad Haydée, Monte-Cristo abbandona il mondo del potere e della vendetta. Non sappiamo dove fugge: perché il paese della speranza, dove abiterà d’ora in poi, non ha luogo né immagine.