Recensione
Martina Piperno, Leggendaria, 01/01/2010

La poeta e il professore

Sulla scrivania di chi lavora con/nella letteratura si accumula una enorme quantità di carte, appunti, fotocopie, libri – che occupano lo spazio del piano, i cassetti, gli scaffali: quelle carte disordinate costituiscono il materiale di lavoro nel campo della scienza umana, che ama gli incontri casuali, i rimescolamenti e gli intrecci della memoria. Accade però che, nel corso degli anni, si avverta l’esigenza di por mano a quell’accumulo e di pescare fra i suoi sedimenti. Inoltre viviamo in tempi in cui la cultura tutta, e la letteratura in particolare, si trova in uno stato di emergenza, il lavoro degli umanisti è vittima di una progressiva e intensa devalorizzazione: il che rende più acuto il bisogno di recuperare le radici dell’entusiasmo che ha portato a questi laboriosi approdi. Da qui forse sono nati due piccoli libri : piccoli per dimensioni ma grandi per le ragioni che li hanno generati. Una donna e un uomo, colleghi e, prima, compagni di studio, professori universitari, abituati al confronto quotidiano con lo sguardo rivolto all’oggi e al “tempo a venire” : alla situazione in cui versa la letteratura, la sua possibilità di riscatto. Dietro tutto questo, la Storia: il dopoguerra, gli anni Cinquanta, il ’68 e il muro di Berlino. Fra i capitoli, sfuggenti presenze di maestri, colleghi, scrittori, studiosi: i due si citano, curiosamente, a vicenda: il “sornione” Ferrosi, per la poeta Fra botta , è tra i compagni di avventura, con Bellezza, Berardinelli ed altri. Li accomuna anche il luogo di scambi e di incontri, la libreria “Ferro di cavallo” che entrambi ricordano. Sullo sfondo, discreta ma immancabile, Roma: materno crogiolo di occasioni, terreno fertili per le menti dei futuri poeti e studiosi. Eppure, se simili furono la formazione e le esperienze, se analoga è la spinta che muove le penne degli autori, i libri sono estremamente diversi: specchio di personalità dissimili, nonché di due delle molte modalità con cui si può lavorare con la letteratura. Il libro di Fra botta chiede di essere affrontato con gli strumenti della lettura poetica, perché ha poco della struttura narrativa e molto della sintesi e della difficoltà di accesso alla vera poesia. Gli elementi che compongono i quattro movimenti (si tratta di un quartetto , in cui ogni parte è distinta da un timbro preciso, come uno strumento dominante) sono giustapposti, non intrecciati, e, nella naturale selezione della memoria, molto resta il non detto: come certa poesia a noi vicina, che isola nel bianco della pagina poche parole: i ricordi si aprono a uno a uno senza che la cronologia li tiranneggi. Inconsueto, prezioso il filo conduttore del libro: quello dell’identità della donna poeta, la “voce sola”, che fronteggia una tradizione secolare di poeti in larga maggioranza maschi e la rende una figura sfuggente, un po’ ermafrodita, indefinita: la poetessa Fra botta, orgogliosamente poetessa, aggiunge così un tassello per la costruzione di questa identità. La passion predominante rispecchia invece la personalità spontaneamente didattica dell’autore. Con una prosa vivace, priva di sentimentalismi, ma anzi pervasa dall’entusiasmo di un tifoso (è l’autore stesso a la passione letteraria con quella dello sport) Ferrosi non fa mancare nulla al lettore: il racconto della sua vita si intreccia con esempi di letture, di esperimenti critici, di crescita personale e professionale. Senza mai smettere l’abito di magister , l’autore si trattiene a spiegare romanzi e saggi : e nel concludere non rinuncia all’interrogazione sul futuro della passione letteraria , appellandosi a chi sceglie di avventurarsi nei meandri delle lettere perché si prenda carico dei pericoli a cui la cultura va incontro. Molto interessante la segnalazione delle necessità di una “ecologia della letteratura” , ovvero il lasciare all’oblio quella congerie di “discorsi secondi” che soffoca la vera letteratura, operando una sana selezione di quanto si scrive di più autentico. Pur nelle sostanziali differenze , i due libri sembrano coincidere nel punto di partenza come nel punto d’arrivo: ricordare ai lettori come solo pochi anni fa la scelta del campo umanistico come ambito di studio e lavoro era una scelta di responsabilità, di resistenza: la Storia ne aveva fatto terreno di riscatto e di ricostruzione per la società. Oggi che sugli aspiranti letterati si addensano sensi di colpa per la “poca utilità” del loro studio, questo messaggio si fa particolarmente urgente, necessario.