Recensione
Emanuela Zuccalà, Io donna, 17/04/2010

Beirut, la vie en rose

"Beirut, la vie en rose" May ha convinto tutte le fazioni a correre contro la guerra. Zena, la figlia, racconta con opere d’arte rigorosamente fucsia e articoli sul Guardian, le sue "cronache dall’inferno". Per trovare una via femminile alla pac

Zena El Khalil, artista e scrittrice libanese (a sinistra), con il cane Tapi e il suo libro Beirut, I Love You, che esce in Italia a fine aprile per Donzelli. A destra sua madre May El Khalil che ha inventato la Beirut Marathon, il più grande evento sportivo del Medio Oriente.

L’anno zero di Zena El Khalil è il 2006: in luglio la sua Beirut si sgretola sotto i raid israeliani e lei sfoga in un blog le paure di un’artista trentenne che non sa se domani sarà viva. Le sue cronache dall’inferno fanno il giro del mondo, The Guardian le pubblica, Zena le stravolge e trasforma in un libro: Beirut, I Love You arriva in Italia il 29 aprile per Donzelli.

L’anno zero di May El Khalil, invece, è il 2001: sta correndo all’alba, un furgone la schianta contro un muro e per un soffio non le strappa la vita.

Due anni in ospedale, 36 operazioni: lei non è più la ricca signora libanese che nel weekend fa shopping a Roma. Vuole inventarsi qualcosa di importante, che profumi di pace e unità senza macchiarsi di politica: la Beirut Marathon, il più grande evento sportivo del Medio Oriente, l’unico in grado di unire le 18 religioni del Libano, è creatura di May e a novembre taglierà il nastro dell’ottava edizione. Sono madre e figlia, May e Zena, 54 e 34 anni.

La prima misurata, bellezza perfetta; la seconda con gli anfibi fucsia e la passione per le chiese in rovina, che sogna di riempire con le sue installazioni sgargianti. Personaggi e interpreti di una Beirut schizofrenica, con i nuovi grattacieli che svettano accanto alle case crivellate di proiettili. Città che nonostante anni di guerre, «omicidi di massa e inferno quotidiano» scrive Zena «ha mantenuto bellezza e dignità. E noi vogliamo celebrarla».

ZENA. Nel suo libro, drammatico e ironico, i traumi intimi detonano nella frenesia della Beirut post-bellica: «Qui ogni cosa è moltiplicata per cento» spiega nel suo studio in West Beirut, zona musulmana, con vetrata a picco sul mare. «Beviamo, balliamo: una cura contro la guerra che può tornare domani. Siamo passionali, materialisti, ossessionati dalla chirurgia plastica». E dal sesso: «Flirtare è un passatempo nazionale».

Zena l’ha scelta, Beirut: nata a Londra, cresciuta in Nigeria dove il padre possiede un’industria, nel ’94 torna in Libano: «Mi spingeva una forza invisibile».

Prima che scrittrice, è artista: i suoi maxi collage abbondano di fucsia, pizzi, cucchiai, kalashnikov giocattolo e immagini pop. Tutto fissato, precariamente, con puntine: «In Libano nulla è permanente, neanche la memoria del passato, che ogni fazione riscrive come vuole: così nei miei quadri gli elementi si possono smontare e ricomporre».

MAY Ha preparato dall’ospedale la prima maratona di Beirut: era il 10 ottobre 2003, seimila persone di 48 nazionalità, adunata storica per il Libano. «Qui era uno sport sconosciuto. Ho girato tutti i villaggi, ho incontrato studenti, comunità, e ho coinvolto il presidente. L’idea era unire il Libano in un evento sportivo che travalicasse le divisioni politiche e religiose». L

a sua Beirut Marathon è oggi una delle maggiori organizzazioni non profit del Paese, sostenuta dal ministero dello Sport, e l’annuale corsa di 42 chilometri per la città è una festa. «Nel 2005 c’erano 60mila persone: era il periodo dell’assassinio del primo ministro Rafiq al-Hariri, delle autobombe. Il linguaggio universale della maratona era ciò che la gente voleva».