Recensione
Vladimiro Bottone, L'Indice dei libri del mese, 01/04/2010

La folla dei morti del Quarto Stato

Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo rappresenta a grandezza naturale un’imponente massa di contadini, disposta per file, che avanza con solennità verso lo spettatore e la sorgente luminosa. Ovvero un ineluttabile avvenire di riscatto per le classi lavoratrici. In questa tela, composta nel 1901, il movimento socialista si riconobbe per oltre ottant’anni, rispecchiandosi in una potenza figurativa almeno pari alla flessibilità iconografica che ne permise, nel corso degli anni, continue rivisitazioni e aggiornamenti. Tutta questa vicenda iconica esiste per finire in un libro di Massimo Onofri, Il suicidio del socialismo , che ne compie l’interpretazione definitiva. Come? Il metodo è già dichiarato nel sottotitolo dell’opera: Inchiesta su Pellizza da Volpedo. Laddove il vocabolo inchiesta evoca di per sé Sciascia e le sue letture indiziarie fondate, come felicemente rileva lo stesso Onofri, su “una formidabile immaginazione filologica”. Filologia e immaginazione. Dunque visione e analisi riversati in un fascinoso ibrido fra saggio e narrazione. Ecco i poli entro cui si staglia, come un arco voltaico, questo lavoro di Onofri. Un lavoro che fa continuamente la spola dal testo pittorico ai suoi antecedenti , ai suoi cartoni preparatori. Alternando il tutto con repentine escursioni termiche in territori extratestuali: diari, lettere, spunti biografici. Si, perché Onofri sa bene come che “il lascito di un artista (…) non può che essere letto e interpretato secondo una duplice sintassi, quella dell’arte e quella della vita”. Nessuna inibizione, quindi, a ricercare le vene sotterranee che connettono l’universo mentale di Pellizza con quello, coevo, di Pascoli. Due socialisti umanitari di vocazione populista, ma anche personalità incapaci di sottrarsi al richiamo del “nido” originario, a una religione domestica di lari e penati. Dimodochè, quando l’equilibrio familiare si spezza, ecco irrompere la catastrofe psichica che innesca e motiva l’intero libro. E’ il 14 giugno 1907 quando Pellizza si impicca nel proprio studio, a seguito della morte di sua moglie appena trentaduenne, venuta a mancare dopo aver perso il primo figlio maschio. “Com’è stato possibile?” s’interroga decisivamente Onofri.Che reazione può correre fra l’ottimismo quasi trionfalista del Quarto Stato e il nichilismo biologico di un’auto-eliminazione? E’ intervenuto qualcosa a separare il cantore delle ottimistiche sorti dell’uomo incapace di speranza? Oppure la scissione fra i due preesistette e operò fin dall’inizio? Perché, fosse vera quell’ipotesi, dovremmo allora leggere con ben altra luce, e quanto presaga, anche l’apoteosi progressista del Quarto Stato.

Da questo sospetto – un’intuizione in tutto degna dell’amato Sciascia – Onofri inizia il suo febbrile lavoro per ripulire la superficie del quadro, fino a smascherarne il sottotesto, oscurato da una pluriennale patina retorica. Così, convocando tutti i suoi testimoni, lo sguardo indagatore di Onofri rinviene, nella modella per la figura femminile al centro del quadro, Teresa, la moglie-bambina che premorirà al pittore. Di più: nella seconda fila Onofri porta in rilievo la sorella di Teresa, morta di tisi dopo aver partorito e perso, anche lei, un maschietto. Nella stessa fila il marito, anch’egli predestinato al suicidio. Ecco che, allora, questa cruda luce retrospettiva finisce per illuminare il quadro trasformandolo nella “denuncia di un dolore irredimibile”. In una commemorazione funebre che, una volta di più, apparenta Pellizza a Pascoli, nel cui universo, come straordinariamente osserva Onofri, “i morti possono essere ascoltati (…) folla di anime ancora incatenate ai sentimenti che patirono quando vissero”. Un’obiezione prevedibile: ma non saranno, le risultanze dell’inchiesta, viziate da un gioco prospettico, per cui il detective sovrappone retroattivamente un suo arbitrio al testo pittorico e ai suoi moventi? Ritengo proprio di no, visto che la sottilissima ricostruzione di Onofri riesce a fornire delle pezze di appoggio argomentate alle sensazioni, quelle sì puramente suggestive, di chi vedeva i lavoratori del quarto stato, come degli “sconfitti potenziali” immersi nel loro “anonimato psicologico” (Asor Rosa) . Ebbene, queste pezze d’appoggio Onofri le rinviene magistralmente sondando, proprio dall’interno, il corpus delle opere di Pellizza. Come quando rileva , con un’intuizione impressionante, i rimandi tra la grande tela del 1901 e l’antecedente, Lo specchio della vita. Un’opera dove si ritrovano, ancora una volta, delle creature che, in modo ordinato e composto, si incamminano verso la fonte luminosa del sole. Solo che soggetto del quadro è un gregge di pecore, indistinguibili fra loro. Pecore: l’animale emblema di anonima gregarietà votata al macello. E, a sigillare le proprie conclusioni, Onofri chiama proprio la testimonianza di Pellizza, che confessava di voler attribuire, a quella transumanza, il titolo simbolico di “Verso la luce”. La stessa luce di tragedia collettiva verso cui si incamminano – morti e viventi al contempo, presagio di un intero Novecento – i personaggi della sua grande tela.