Recensione
Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 09/04/2010

Il piccolo Nicolas e i suoi genitori

Nel trailer francese del Piccolo Nicolas, gli attori adulti del film sgambettavano a turno in maglietta rossa, calzoncini e parrucca squittendo in falsetto «Le petit Nicolas c’est moi!», Il piccolo Nicolas sono io! Una strategia paradossale per giocare sulla clamorosa popolarità in patria del personaggio creato da Sempé e Goscinny negli anni 50, un bimbetto immerso in una Francia irrealistica e apertamente idealizzata «che non esisteva già all’epoca della sua creazione», come ricorda il regista Laurent Tirard. Ma quegli adulti saltellanti e scherzosamente osceni sono anche una spia del sottotesto burlesco (e meno innocente di quanto sembri) di questa grande produzione tirata a lucido. Che sulle prime diverte, senza dubbio, ma qua e là gira un po’ in tondo e mette vagamente a disagio. Non solo perché alcuni episodi sono più riusciti degli altri (chi vuole può godersi gli originali nel volumone pubblicato da Donzelli, illustrato dalla matita impagabile di Sempé), ma perché allontanandosi dai loro modelli, resi già allora in chiave di fiaba senza tempo (in fondo Goscinny negli anni 50 reinventava l’infanzia anteguerra anni 30), diventa difficile stare al gioco e credere fino in fondo a questi marmocchi in cravatta e calzoni corti lontani anni luce dai bambini precocemente informati e responsabili dei nostri giorni. O meglio: è possibile crederci, ma solo arrendendosi al gusto sempre un po’ appiccicoso della nostalgia. Anche se Tirard, sia detto a suo onore, evita con cura il sentimentalismo inseguendo un’innocenza perduta e un po’ mitica che si affaccia già nei nomi dei piccoli protagonisti, l’ingordo Alceste, il somaro Clotaire, il pestifero Rufus, il manesco Eudes, il secchione Agnan, il ricchissimo Geoffroy. Nomi da re di Francia, o da chanson de geste , che esaltano le componenti di un’infanzia fatta ancora di tre sole dimensioni: la Scuola, la Famiglia, la Strada. È in questi e solo in questi tre microcosmi, ancora perfettamente materiali ma impregnati di assoluto, che il piccolo Nicolas vive le sue avventure quotidiane fra maestre dal cuore d’oro, ministri in visita, supplenti che non capiscono un’acca, genitori che invitano a cena il capo di papà e signora, infilando gaffes a catena. Mentre basta vedere la mamma stranamente tenera col papà perché Nicolas sia colto da atroci sospetti: sto per avere un fratellino? Sono stufi di me, mi abbandoneranno nel bosco? Di qui lo spazio dedicato anche ai genitori, alle loro umanissime mancanze, ai loro sogni altrettanto infantili. Anche se a giudicare dalla voluttà sado-maso con cui quella fioraia così sexy cade travolta da una montagna di cactus, o dai giochi di potere cui è sottoposto il piccolo Nicolas dalla figlia del capo, forse lo sguardo del film non è così innocente.