Recensione
Elisa Battistini, L' Ante-Fatto, 06/04/2010

Un bambino educato e dolce

Accogliente come il quaderno a righe su cui abbiamo scritto i primi pensierini. Gradevole come quei libri che, quando li sfogli, diventano tridimensionali. Quei libri dalle cui pagine spuntano case, fiori e alberelli. Il piccolo Nicolas e i suoi genitori ha il profumo dell'infanzia perduta. Un'infanzia molto francese. Un'infanzia molto anni '50. Doppiamente età dell'oro, quindi. Sia in senso individuale che nell'illusione, tutta post-bellica, delle progressive sorti dell'umanità. Il film di Laurent Tirard è il sogno di un bimbo avvolto dall'amore e dalla speranza. Girato con garbo e con il giusto ritmo “episodico”, Il piccolo Nicolas è tratto dai racconti a fumetti di René Goscinny (creatore di Lucky Luke e Asterix) e Jean Jacques-Sempé. Il protagonista è un bimbo educato, intelligente e dolce. Nicolas dice di avere una vita così bella che, quando la maestra gli chiede cosa voglia fare da grande, non sa cosa rispondere. Perché, in fondo, vuole restare piccolo.

Che cosa c'è di meglio, infatti, di una mamma che lo adora, di un papà che fa il papà, di una bionda e dolce insegnante, di una schiera di compagni di scuola degni delle simpatiche canaglie? Eppure, un giorno, la più grande delle minacce si profila all'orizzonte: la nascita di un fratellino. Che, come nella storia di Pollicino, porta con sé la paura di essere abbandonati. O anche solo la scocciatura di avere uno che ti ruba la scena, uno che per la mamma potrebbe diventare più importante di te. Insomma, Nicolas si trova a fare i conti, a modo suo, con l'unico vero problema dell'infanzia: che prima o poi finisce. Troppo facile citare il Francois Truffaut de Gli anni in tasca, inevitabile paragonare la presentazione dei personaggi a Il favoloso mondo di Amélie e la tenerezza dei bambini a quella degli alunni di Essere e avere. Ma oltre al cinema d'oltralpe, Tirard sembra aver imparato la lezione immaginifica di Tim Burton, che il film ricorda sia per la colonna sonora eterea sia per alcune scene molto stilizzate e surreali, come quella del negozio di fiori. Il piccolo Nicolas, nella sua estrema leggerezza, parla di tante cose. Per esempio ci ricorda che i nostri genitori ce li portiamo nei sogni, nelle proiezioni, nell'immaginario. Che l'egocentrismo infantile non ce lo togliamo mai di dosso. E anzi lo cercheremo ancora da grandi, in tutte le maniere possibili, come l'Eden smarrito. Ma soprattutto mette in luce alcune dinamiche interessanti da analizzare. Il nostro eroe francese non è pestifero come il piccolo Stoppani de Giornalino di Giamburrasca, ma è di certo circondato da amichetti turbolenti a cui ci si affeziona volentieri. Le scene tra bimbi sono le più belle. In queste scene spicca una comicità legata allo specifico infantile: i bambini fanno, traducendo i segni degli adulti con i propri strumenti. Vuoi trovare un gangster (bella la scena davanti alla prigione)? Lo cerchi sull'elenco del telefono. Hai bisogno di soldi? Ti ingegni con una roulette-giocattolo. Del resto, anche l'intuizione dell'arrivo di un fratellino è “dedotta” da segni apparentemente univoci, in realtà assolutamente aperti e ambigui. I bambini imitano i grandi, ne riproducono i comportamenti e ne scoprono i vuoti di senso. Così si fa esperienza, con prove ed errori, e si vede come vanno le cose.

Le disavventure degli adulti sono identiche e opposte. Come nelle commedie degli equivoci, anche le mamma e il papà danno per scontate le regole del comportamento, come se fossero inamovibile, e creano situazioni buffe e inadeguate. Solo che il loro mondo è davvero più chiuso. E solo il caso può aiutarli a modificare il corso degli eventi. I bambini, che riproducono script di cui non conoscono tutte le implicazioni, producono più realtà. Modificano quella interiore e quella esteriore. Il diverso rapporto tra azioni e significati è la differenza tra il mondo degli adulti e quello dei bambini. E questo tema, non banale, giace sottotraccia in tutto il film. La regia di Tirard è molto buona. La fotografia sgargiante, le scenografie e i costumi da casa delle bambole sono perfetti. Le storie (il primo racconto è del 1959) lasciano un buon sapore in bocca. A prima vista semplice, Il piccolo Nicolas e i suoi genitori è leggiadramente acuto. E il bello è che non te lo fa pesare