Recensione
Maria Vidale, Il Centro, 16/12/2009

"Favole a colori" Chagall "illustra" La Fontaine

Q uando, la scorsa estate, l’editore Donzelli mi propose la traduzione di 43 favole del mio amatissimo La Fontaine, da affiancare a 43 gouaches di Chagall, accettai subito senza troppo riflettere sulla temerarietà dell’impresa (si veda riquadro) . Conoscevo la traduzione che Emilio De Marchi, nel 1885, aveva fatto dell’intera raccolta (244 favole, illustrate da Gustave Doré), traduzione mirabile e arguta, che però utilizzava registro e lessico rispondenti al gusto di destinatari ottocenteschi. Le Fables di La Fontaine sono di deliziosa lettura. Sono piccoli atti unici scritti in una lingua assolutamente perfetta, agile, composita, viva, capace di creare con stupefacente naturalezza dialoghi e situazioni. La scommessa, quindi, era di restituire lo stesso spirito leggero, pieno di arguzia e di sorridente ironia, l’ondulazione armoniosa del ritmo, la sinteticità folgorante di una chiusa, avendo a disposizione altre parole, altri ritmi, altre rime. Ho cercato di attenermi alla lettera del testo. Il risultato fu dei più deludenti. La rima resisteva, il ritmo latitava. Dopo ore e giorni di nevrotico andirivieni dal tavolo al computer ho, alla fine, capito che l’atteggiamento più fruttuoso era quello di lasciarsi impregnare dal testo, farne sostanza propria, e poi aspettare con pazienza che il quadro si ricomponesse nella mente e prendesse ad animarsi e a parlare «con parole sue». Una volta compiuto il processo di osmosi, la poesia di La Fontaine compiva il prodigio e tutto prendeva vita e parola: ecco la piccola pernice, capitata in mezzo a «certi galli violenti e poco urbani», che si stupisce di non essere trattata da signora, ecco l’airone, legnoso e spocchioso, che passeggia lungo il fiume guardando sprezzante pesci che considera troppo volgari per lui, e che finisce per restare a becco asciutto, ecco il lupo un po’ grullo, che decide di travestirsi da pastore per papparsi le pecore e viene tradito dalla voce Animali che incarnano furbizie e debolezze umane, così esattamente descritte da indurre una simpatia che subito si trasforma in empatia. Il quadro è così vivo, così vero, che per il traduttore l’impulso di attualizzarlo nella sua lingua si fa irresistibile. Come se quel diavolo di un La Fontaine provocasse il traduttore, lo invitasse ammiccando a riprodurre con lui la situazione, a giocare con le parole con la sua stessa allegra libertà Insomma, a divertirsi con lui. Nello stesso tempo, però, il rigore resta d’obbligo, perché il testo deve conservare quella sua grazia primitiva, quella sua musica, scoppiettante e gioiosa come una sonatina A questo punto, al traduttore non resta che seguire l’istinto, dare ascolto a una sua musica interna e adattarla come può all’esigenza costrittiva della rima. Qui, fortunatamente, è lo stesso La Fontaine a venire in aiuto, poiché la metrica delle Fables è estrosa, irregolare, segue con tutta libertà il movimento del dialogo o del racconto. Certo, l’esigenza della rima il più delle volte esaspera, ma a volte, paradossalmente, può anche illuminare. Un esempio: nella favola «Il leone» diventato vecchio, si vede il leone infiacchito subire le vili angherie dei sudditi che approfittano della sua debolezza. Ma quando vede avvicinarsi l’asino, il vecchio leone reagisce. «Ah! Questo è troppo! dice. Voglio morire, ma subire i tuoi colpi è morire due volte». Questo nel testo originale. Io vedo la scena, vedo l’asino che avanza e vedo il leone che ha un soprassalto d’orgoglio. Subito, chiamata dalla rima, si affaccia miracolosamente la parola più giusta: raglio. E la chiusa in italiano diventa: «Ah, questo è troppo! dice con orgoglio. / Passi il morire, ma non sentendo un raglio!» Certo, non è proprio fedele alla lettera, ma lo è al senso, alla verità della situazione. Allora, come chiamare questo tipo di operazione? Traduzione, versione, ri-produzione, trasmutazione? Non lo so nemmeno io. Oggi, a cose fatte e ormai immodificabili, arriva lo scrupolo di essermi presa troppa libertà con un poeta del calibro di La Fontaine, di essermi lasciata prendere dal divertimento a scapito della lettera. «Come ti sei permessa, mi dico, di dire che la volpe malandrina gigioneggia? Di infilare nel testo una frase in dialetto veneto? A far diventare toscana (o forse siciliana) la volpe guascona o normanna?» E a mia discolpa dico: «E’ stato La Fontaine. E’ stato lui il primo infedele. Anche lui ha preso le favole di Fedro e di Esopo, che erano apologhi alquanto secchi e freddini, e ne ha fatto quei gioielli di poesia e di realismo che conosciamo. Anche lui, che sapeva essere fedele solo a se stesso e all’amicizia, ha voluto divertire e divertirsi. Perciò, chi si scandalizza se la prenda con lui».