Recensione
Romina Toscano, Cultumedia Magazine, 01/02/2010

La canzone di Totò

Racconta Totò, il fu Principe Antonio de Curtis, che scrisse la prima persona a cui fece ascoltare i versi di Malafemmina fu il suo autista, in macchina, mentre si trovavano a Formia per girare alcune scene di un film. All’autista non piacque, troppo sdolcinate le parola che scoprivano un uomo impotente e succube di una donna, di una malafemmina, parole non adatte a rappresentare l’immagine dell’uomo macho ch ancora rifletteva il periodo del dopoguerra. La stessa sera però Totò ne fischiettò il motivo, le parole componevano e condizionavano felicemente la musica, come un destino che li unisse indissolubilmente alla gloria che di lì a poco si concretizzò.

Nella canzone Malafemmina c’è tutto un mondo raccontato, immaginato, accennato. C’è la Napoli dei guappi, delle sciantose, delle belle donne, della poesia melanconica, della canzone; c’è l’analisi del sentimento amoroso, della sua evoluzione e del dissidio di un amante che, tradito, rifiuta la sua bella, pur non potendo fare a meno di guardarla con occhi pieni di lacrime, ingiuriosi ma forse supplicanti. In Malafemmina si delinea il riscatto della donna, del potere sessuale che essa esercita sull’uomo, con il suo fare ammaliante e distruttivo.

Lorenza Fruci compie un’ottima analisi critica della canzone e dell’humus che l’ha prodotta, del contesto in cui l’attore l’ha partorita. Corposa la ricerca di documentazione e di inedite immagini del celebre istrione partenopeo, provenienti direttamente dall’archivio di casa De Curtis.

Di Totò vedremo, dunque, non solo l’immagine pubblica, ma un ritratto privato frutto di lunghe conversazioni con amici e parenti del grande Maestro, un punto di vista privilegiato, quindi, che le ha permesso di entrare dentro le maglie intime e personali del genio, regalandoci straordinarie istantanee di vita, attraverso quel filo agrodolce che furono le sue esperienze contraddittorie, dell’alta fortuna attoriale e dell’ allontanamento come paroliere, delle offese come compositore e della gloria teatrale.

Come invito alla lettura la prima parte del libro…

I. Femmena, tu si’ ’na malafemmena 1. Ricordi. Mi ricordo, ero a Formia, giravo alcune scene di un film, presi un pacchetto di sigarette, scrissi i versi, poi li feci sentire al mio autista al quale non gli piacquero… non capì niente! Alla sera poi con il fischietto feci il motivo, l’aria, le parole stesse portano la musica, non è una cosa difficile, già scrivendo femmena, tu si’ ’na malafemmena…ne veniva la musica. Racconta così in un’intervista video il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, la storia della nascita di Malafemmena, la canzone che ha segnato la sua produzione musicale. Era l’aprile del 1951 e Totò era a Formia per girare il film Totò terzo uomo con la regia di Mario Mattòli. Durante una pausa dalle riprese appuntò alcuni versi del suo futuro brano migliore sul retro di un pacchetto di sigarette Turmac bianche, poi lo accartocciò e lo gettò via. Ma i versi non morirono insieme al pacchetto e tornarono alla sua mente accompagnati da un naturale fischiettio che diede forma alla canzone. Come per ogni suo componimento, il principe chiese il giudizio al suo fido autista Salvatore Cafiero che, al primo ascolto dell’accenno al ritornello femmena, tu si’ ’na malafemmena, disse sinceramente che era «’na lagna». Totò quella volta non si fidò di lui e, come se fosse cosciente della profondità dei suoi versi, gli rispose: «E tu sei un fesso perché questa invece è ’na cosa bella e tu non hai capito niente», continuando a credere nell’ispirazione che dal cuore gli aveva dettato quelle parole.

Il suo mestiere era quello di attore e non sapeva né leggere una partitura, né suonare uno strumento, ma percepiva che quel ritornello e quell’arietta che gli giravano in testa avevano una loro cantabilità e una loro quadratura musicale, oltre che un’anima. Nei giorni successivi, seduto una sera al pianoforte nella sua casa romana, si ritrovò a trasformare la melodia che gli premeva dentro nella famosa canzone Malafemmena. Cercò le note e parole d’amore, miste a dolore, andarono a completare il componimento; alla fine il principe vi aggiunse a penna una breve dedica. Il suo innato talento per l’espressività dell’animo umano trovava nella musica e nella poesia le giuste forme per esprimere quei lati malinconici, tristi e riflessivi del suo essere che non lasciava trapelare a teatro e al cinema, dove si cimentava unicamente nell’ars comica. Riteneva di essere nato comico e che la risata fosse la sua missione: per questo si dedicò al guitto Totò che c’era in lui, poiché viveva il proprio mestiere come una sorta di incarico divino che aveva il fine di allietare la gente tramite il riso. Nella commovente preghiera del clown nel film Il più comico spettacolo del mondo del 1953, sempre con la regia di Mattòli, Totò nel ringraziare il buon «protettore» dà voce al pensiero dell’uomo Antonio, manifestando in sintesi il senso della sua vita al limite tra il palco e la realtà: Dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamente le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un po’ perché essi non sanno, un po’ per amor Tuo, e un po’ perché hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri. La comicità era una reazione alla tristezza che lo dominava, come disse ironizzando in un’intervista: «mi sento comico, ma nella vita sono triste, sono un funerale di I classe». Come scrisse nella poesia Felicità, Antonio pensava che l’esistenza non potesse essere felice: «Vurrìa sapé che vvò significà./ Sarrà gnuranza mia, mancanza ’e scola,/ ma chi ll’ha ’ntiso maje annummenà». Secondo lui la felicità si poteva provare solo in fugaci momenti e il pessimismo regnava nella sua vita dando voce al lato privato e intimo dell’uomo attraverso le canzoni e le numerose poesie che scrisse. Il contraltare della maschera comica di Totò nota a tutti, del folletto folle e snodato che conquistava le platee dei teatri, delle battute pronte che si scambiava con le sue spalle, era fatto di silenzi, ombre e malinconie. Lo ricordano bene coloro che lavorarono con lui: il guitto Totò si materializzava improvvisamente al momento del ciak o all’inizio di una scena e, una volta finita, tornava di nuovo il principe de Curtis, un uomo distinto e distaccato, riservato e garbato, elegante e pettinato, signorile e cortese. Era sempre in silenzio e in disparte (in teatro restava chiuso in camerino, steso a riposare su una sorta di dormeuse per ore) e si trasformava solo per le scene. Ricorda Nori Corbucci, moglie dell’omonimo regista Sergio e sua costumista in alcuni film, che «La dualità era la peculiarità più bizzarra della natura di Totò». Se esiste una forma per poter descrivere la personalità del principe è quella della contraddizione, così come confermarono tutti coloro che lo frequentarono. Chi lo conosceva sapeva che l’uomo e l’artista avevano due anime antitetiche e che riuscire a descrivere nell’interezza la persona era praticamente impossibile. Ognuno ha potuto ipotizzare una propria lettura della complessità del personaggio che, nei panni di Totò, era sfrontato, cinico e dissacrante e in quelli del principe, noti a pochi, era insicuro, emotivo, introverso, tormentato, timido, pigro: due esseri diversi che coabitavano sotto la stessa pelle. Anche noi, che tenteremo questo viaggio nell’animo dell’artista che ha ispirato la storica canzone Malafemmena, non avremo la pretesa di darne una descrizione certa perché ci sarà sempre una sfumatura della sensibilità del poeta che non si farà leggere o un aspetto del folletto che sguscerà via. Ma di una cosa siamo sicuri: nel viaggio all’interno del suo mondo musicale e poetico, il nostro cicerone sarà Antonio e non Totò, perché è stato il sentire dell’uomo (e non la maschera) a dettare note e versi, lasciando al suo privato piena libertà di espressione. Lui stesso disse in un’intervista: Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione (che adoro) e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto.