Recensione
Alessandro Zaccuri, L'Avvenire, 05/12/2009

La Sacra Famiglia del socialismo

Il primo ad ammetterlo è l’autore stesso: volendo, con la vicenda umana e artistica di Giuseppe Pellizza da Volpedo si sarebbe potuto costruire un romanzo, o meglio, uno di qui rigorosi e fantasiosi brogliacci di cui fu maestro Leonardo Sciascia , magnifici componimenti misti in cui l’invenzione scaturisce direttamente dall’accertamento degli eventi storici. Volendo, appunto. Perché il significato più profondo de Il suicidio del socialismo , l”inchiesta” che Massimo Onofri dedica al pittore del Quarto Stato, sta proprio nel deliberato sottrarsi del testo alle risorse di una narrazione distesa. Quello che si viene a strutturare, è, in alternativa, un personalissimo romanzo di idee, nel quale la ricostruzione filologica è come la parete cui attecchiscono i rampicanti delle discipline più diverse, dalla psicoanalisi alla sociologia. Scegliere di volta in volta il percorso più adeguato, sempre riconducendolo però a un coerente disegno unitario, è atto di responsabilità che il critico rivendica per sé, secondo un altro dei modelli novecenteschi ai quali, insieme con il già ricordato Sciascia, si richiama Onofri, e cioè il Garboli commentatore di Pascoli. Sicuramente romanzesco, nella sua indiscutibile realtà fattuale, è l’assunto centrale del saggio, evocato già nel titolo. Un intreccio che si riassume in due date. La prima è il 1901 e segna il trionfo artistico del pittore che, con il Quarto Stato, ci consegna in forma definitiva il quadro a cui ha lavorato per un decennio. Il soggetto è quello che conosciamo: una massa di proletari che si muove lenta e impetuosa ( il titolo di una delle versioni precedenti era, non a caso, Fiumana),guidata e nello stesso tempo trattenuta dalle figure che avanzano in prima fila, tra cui spicca una madre con il bambino in braccio. E’ la raffigurazione plastica dell’utopia socialista, la celebrazione di un utopismo “progressivo” che appare smentito nel modo più drammatico dalla seconda data , il 1907. Il 14 giugno di quell’anno, infatti, Pellizza da Volpedo si toglie la vita, incapace di sopportare la morte ravvicinata dell’unico figlio maschio e di Teresa, la moglie amatissima di cui la donna del Quarto Stato rappresenta in effetti il ritratto. La vastità e l’accuratezza della delle ricerche di Onofri è tale da scoraggiare ogni tentativo di sintesi, eppure non si pecca troppo di semplificazione nel riconoscere il ruolo centrale che Il suicidio del socialismo annette alla famiglia, intesa sia come nido degli affetti più intimi, sia come estensione all’intero corpo sociale dei vincoli generati dall’amore e dalla solidarietà. Sono le radici messianiche, se non addirittura cristiane, di un socialismo umanitario capace di fare propria l’icona della Sacra Famiglia, lungo una modalità espressiva che dai dipinti di Pellizza da Volpedo arriva fino al Metello di Vasco Pratolini. Ma è anche, nella severa analisi di Onofri, l’elemento di contraddizione dal quale deriveranno la tragedia personale del pittore e, molto più tardi, la sconfitta politica del socialismo italiano, che non per niente aveva fatto del Quarto Stato il proprio emblema, sia pure aggiornabile e cangiante ( le pagine finali, nelle quali si ripercorre la fortuna simbolica del capolavoro tra l’ascesa di Craxi e la caduta di Tangentopoli, sono forse le più sorprendenti del libro). Ma Il suicidio del socialismo non è soltanto un saggio , per quanto acutissimo, su Pellizza da Volpedo. Si tratta piuttosto del pannello che completa il dittico iniziato l’anno scorso da Onofri con Recensire, pamphlet assai militante sul significato odierno di un’eventuale critica militante. Scrivere dei libri altrui, insomma, non esime dallo scriverne di propri, sembra ricordare Onofri. E non è detto che un libro, per appassionare, debba assumere per forza l’aspetto di un romanzo.