Recensione
Michele Serra, La Repubblica, 21/02/2010

Il bambino che ci insegna la libertà

Le petit Nicolas è fatto (quasi) di niente. Ci sono i tratti stilizzatissimi, minimalisti di Jean-Jacques Sempé, illustratore e fumettista tra i massimi al mondo, che fanno capolino a bordo pagina. Nella pagina, i raccontini rapidi, finto-ingenui come l’infanzia, dello scrittore e umorista René Goscinny, celebre padre e narratore di Asterix e del suo mondo gallico. Sono piccole storie, libretti agili e brevi che non respingono neppure il più renitente dei lettori. Eppure stiamo parlando di un eroe nazionalefrancese, nato nel lontano 1959 sul quotidiano bordolese Sud-Ouest, cresciuto sulla rivista Pilote (una specie di Corrierino dei piccoli molto più scafato) e approdato trionfalmente, mezzo secolo dopo, a un successo cinematografico clamoroso: il film di Laurent Tirare, “tratto da” ha sbancato il botteghino, primo assoluto in Francia nel 2009, dando il la a un revival festoso e dilagante. In Italia l’editore Donzelli, che manda in libreria, un anno dopo il buon successo del primo, un secondo libro di Nicolas, prova a colmare una lacuna annosa e abbastanza misteriosa : da noi Nicolas è praticamente uno sconosciuto, nonostante le culture “pop” dei due paesi abbiano una fitta storia di scambio e simpatia, specie nella direzione Francia-Italia. Cinema, canzone, fumetto francesi ci sono in buona parte familiari, specie in quella forma di raffinata leggerezza, o di elegante malinconia, che dalle nostre parti sono vissute anche come una fuga dalla grana grossa di tanta nostra commedia. Ma tra le folte schiere di fanciulli italiani, innamorati di Tin Tin e Asterix, del cinema di Rohmere e di Truffaut, delle canzoni di Trenet e Brassens, ilfrancesissimo Nicolas è ancora uno estraneo, o quanto meno una novità degli ultimi mesi. Il suo fascino discreto e persistente non è di immediata definizione. A confronto dell’entertainment per l’infanzia oggi in auge, ipertecnologico e barocco, Nicolas è una briciola, uno schizzo. Sta a Harry Potter come un pennino d’inchiostro a un raggio-laser, come un tiro a segno di Luna Park sta alla Playstation. In Francia il tam-tam promozionale , anche per semplificare, parla di “operazione nostalgia”.Per quanto trito, lo slogan coglie abbastanza nel segno. L’infanzia di Nicolas e i suoi amici è pre-televisiva. E’ l’infanzia dei prati, di ginocchia sbucciate e di giochi all’aria aperta, dei pianti mocciosi che si intrecciano ai primi atteggiamenti “da grandi”, dei pomeriggi meravigliosamente lunghi e liberi da impegni, delle bande e delle parole d’ordine segrete. Una specie di infanzia in purezza, incontaminata, allegra, struggente, sulla quale il mondo degli adulti ha poca (e ben irrisa) influenza. Una infanzia che forse da qualche parte esiste ancora, forse non più, e in ogni caso merita, per la sua evidente “classicità” , di essere onorata e magari rimpianta. Molto giustamente la traduttrice italiana, Gaia Panfili, spiega di avere accuratamente evitato quelle espressioni tecnologiche oppure gergali ( Nicolas dice “sei matto” , non certo “sei sclerato”) che avrebbero costretto i piccoli protagonisti ad una contemporaneità del tutto fuori contesto. L’infanzia di Nicolas e dei suoi amici è un campo ancora non invaso, quel genere di promiscuità linguistica e intergenerazionale che la televisione ha via via imposto, e che così spesso cancella precocemente dia bambini la loro bambinitudine, nel 1959, anno di nascita di Nicolas, non era percepibile e neppure immaginabile. Non è un caso che Nicolas non abbia quasi avuto emuli o eredi, e abbia invece molti possibili antenati, o parenti coevi. Chi rammenta il film francese – sempre francese – La guerra dei bottoni (1962, regia di Yves Robert) , che all’epoca fu un caso e quasi uno scandalo, può ritrovarci un’immagine dell’infanzia ugualmente incontaminata. Si combatte per strapparsi i bottoni dai pantaloni e mettere a nudo, non metaforicamente, il bambino avversario, con grave disdoro dei benpensanti dell’epoca. I bambini nudi e bellicosi di quel film, che ebbe un grandissimo successo popolare, sortivano dalle pagine di un classico per l’infanzia scritto nel 1912 da Louis Pergaud, poi morto nella guerra vera, quella del ’14 che cancellò dalla faccia della terra quasi una generazione di ragazzi francesi. Nella piccolezza spavalda, nella maniera di osservare gli adulti e intuirne le grossolane incoerenze, in Nicolas ritroviamo i bambini di Truffaut (ancora Francia) , dai Quattrocento colpi agli Anni in tasca. Poi, volendo, pensi ai ragazzi della via Paal, già più avanti negli anni e oramai quasi iniziati alla vita vera, ma anch’essi come Nicolas e i bambini di una volta, cresciuti e formati nell’esaltante vuoto dei pomeriggi dopo la scuola, all’aria aperta, soli con la propria smania: definire l’infanzia (anche in Nicolas?) equivale a descriverne la brevità, il suo imminente scomparire tra le fauci della vita adulta. Ed ecco che “l’operazione nostalgia” che sospinge Nicolas, in pieni anni Dieci, verso una rinnovata fama, non è soltanto la nostalgia di epoche trascorse (quando non c’era la tivù, quando i bambini erano davvero bambini) ma è la ben più irrimediabile nostalgia di qualunque infanzia, comprese le infanzie recenti, quelle che il tratto sornione e spiritoso di Sempé non basterebbe più a disegnare: comprese le infanzie ormai brevissime dei nostri figli, rese precarie dalla full-immersion in un mondo adulto invadente, pervasivo, omologante, tanto che vederli giocare in un prato , o correre in un giardino, ci pare una miracolosa eccezione, una sospensione commovente del troppo rapido farsi uomini. Da noi, in Italia, qualche parentela con Nicolas potrebbe essere attribuita al molto più anziano Giannino Stoppani, in arte Giamburrasca, rispetto al quale però Nicolas è meno riottoso conflittuale, più poetico, più bambino. La monelleria, che in Giamburrasca è quasi una critica militante dell’oppressione adulta, in Nicolas è una recita autonoma, felice, priva di calcolo. Nei raccontini di Goscinny, che riuscì con raro talento a “bambinizzare” la sua prosa senza renderla bamboleggiante, gli adulti sono descritti da Nicolas come buffi e vanitosi intrusi, non tanto ostili quanto non necessari, non influenti. L’infanzia di Nicolas è sempre e comunque vittoriosa, non è passibile di veri attacchi, né di autentiche sconfitte. E’ gioiosa, svagata, indolore. E’ gioco ed è libertà. Soprattutto libertà, e basterebbe questo a spiegare l’amore eterno dei francesi per il piccolo Nicolas.