Recensione
Massimo Natale, Il Manifesto, 06/02/2010

Imperfetta e gaia: la cultura, mappa del moderno

Quella che, semplificando molto, potremmo chiamare cultura umanistica sembra definirsi da subito come una cultura sull’orlo della crisi: ossessionata da un’origine irrevocabilmente perduta, ha un costante bisogno di guardare al passato, coagulandosi in una sorta di metafisica dell’assenza. Il sapere umanistico, voltandosi all’indietro, coincide insomma presto con lo sguardo di Orfeo. In cerca sempre dell’identico, di ciò che non muta e va conservato, talora per il solo fatto di venire prima. Si muove invece in direzione radicalmente contraria quella scienza che, anzitutto con Galileo, si costituisce come sapere dinamico, verificabile, continuamente in progress. Dopo il ’600 il moderno porterà con sé il segno di questa scissione tra humanitas e scientia, della loro nettissima – e spesso conflittuale – separazione. Comincia grosso modo da questa opposizione forte la ricostruzione di Francesco Erspamer nel suo Paura di cambiare. Crisi e critica del concetto di cultura, Donzelli, € 16, sorta di ambiziosa mappa del moderno – tra filosofia e poesia –, una genealogia della cultura ottenuta dialogando con Machiavelli, con Vico, o facendo reagire poeti come Leopardi e Zanzotto con grandi lettori come Benjamin, Derrida o Heidegger (in un libro che si muove ben oltre, dunque, i recinti dell’italianistica universitaria da cui proviene l’autore). Quali sono, si chiede Erspamer, lo statuto epistemologico e il ruolo della cultura – ovvero dell’«insieme delle discipline alternative alla scienza», dell’ermeneutica, dei metadiscorsi – nel nostro presente? La risposta è pochissimo aperta alla conciliazione, ed è volta invece, coraggiosamente, alla demistificazione di ogni «sapere dell’anima» sacralizzato, di ogni astratto neoumanesimo. Così come, d’altra parte, è rifiutato con chiarezza il tentativo di certe discipline – la sociologia, la stessa letteratura – di darsi un fittizio paradigma scientifico. Se la scienza «può e deve essere assoluta» perché «dà ordine al mondo presente, al mondo che non pensa né ricorda se stesso», letteratura e filosofia devono prendere atto dei loro limiti, rinunciare una volta per sempre ad ogni pretesa di assolutezza: calandosi, piuttosto, nell’orizzonte del provvisorio, e assumendo lo statuto di un sapere, diciamo, gioiosamente relativo (abbandonando così, si aggiunga, ogni nostalgia del loro stesso essere state scientia). Perché lo scopo della cultura non deve essere quello di «immunizzarci dal presente», di proiettare nel passato una felicità irraggiungibile, che non può esserci contemporanea. Al contrario, la cultura deve sapersi prendere cura della felicità di ciascuno, cercando anzi di esserne – propone Erspamer citando Nietzsche – la sua manifestazione. Non una cultura della consolazione, insomma, ma una cultura che diremmo imperfetta e gaia: ansiosa di futuro, di speranza. Con la consapevolezza che chi celebra la sola Storia – schiavo del solo passato – lo fa «inevitabilmente per imparare a celebrare e servire il principe, pronto a fargli da cane da guardia».