Recensione
Vittorio Emanuele Parsi, La Stampa, 31/10/2009

I leader dell'Occidente non capirono quel crollo

Un muro. Un muro che divideva una città, un continente e l'intero sistema internazionale. Questo era «il» Muro, l'orrida costruzione di cemento e filo spinato, irta di mitragliatrici e torrette, pattugliata da cani da guerra e Vopos della Polizia di Frontiera della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), pronti a sparare per uccidere, pur di impedire ogni possibile fuga ai malcapitati sudditi.

Il Muro era venuto su in una notte, nel 1961, come un fungo sinistro e inatteso dopo una pioggia autunnale, voluto da Nikita Kruscev - il Segretario Generale del Pcus della destalinizzazione, che tante ingenue aspettative avrebbe generato in Unione Sovietica e nel mondo libero - e da Walter Ulbricht, il leader della Sed, il partito comunista della Ddr. Sarebbe crollato con gioioso fragore nella notte del 9 novembre 1989, quasi accidentalmente, quando migliaia di berlinesi dell'Est si sarebbero trovati, increduli, ad attraversarlo, prima, e ad abbatterlo, poi, perché avevano riposto (con maggior successo) le loro prudenti speranze in un altro Segretario del Pcus, l'ultimo: Michail Gorbaciov.

Con il crollo del Muro, simbolicamente, finiva anche la Guerra Fredda, che per oltre 40 anni aveva plasmato l'ordine del pianeta, di fatto unificandolo nel nome di quella divisione. Di lì a poco, Patto di Varsavia, Comecon e la stessa Urss sarebbero scomparsi, lasciando dietro di sé ben pochi rimpianti. Il mondo si sarebbe ritrovato non più diviso in due, noi e loro, e neppure unificato: bensì frammentato, politicamente e culturalmente, proprio mentre la globalizzazione cercava di scrivere il suo epilogo alla «fine della storia».

Privato del condominio competitivo realizzato da Urss e Usa, il mondo riscopriva una pluralismo fin troppo ricco per le strutture internazionali concepite o adattate durante la Guerra Fredda, e l'apparente trionfo occidentale dischiudeva invece una stagione di progressiva deoccidentalizzazione. La rinnovata politicizzazione, anche brutale, delle questioni identitarie e religiose rappresentava, nonostante tutto, la prima spinta nella direzione di un pluralismo culturale, di una multiculturalità, completamente assente dal tessuto delle istituzioni e della prassi politica internazionale.

Nel ventesimo anniversario della caduta del Muro, alcuni libri, in qualche modo complementari nell'offrire chiavi di lettura non necessariamente concordi, ci aiutano a ripercorrere i mesi che portarono al tonfo: 1989. La fine del Novecento, di Enzo Bettiza, 1989. L'anno che cambiò il mondo, di Michael Meyer e Giù la cortina. Il 1989 e il crollo del comunismo sovietico, di György Dalos.

La tesi principale di Meyer è che, contrariamente a convinzioni ancora largamente diffuse negli Stati Uniti, il crollo del Muro dipese essenzialmente dalle scelte di Gorbaciov e dalla deliberata volontà di Nemeth (il premier riformista ungherese) di provocare la frana dell'intero sistema comunista allo scopo di ricongiungere l'Ungheria alla famiglia delle democrazie europee. Meyer ha buon gioco nel mostrare come le leadership occidentali - George Bush, François Mitterrand e Margaret Thatcher - stentarono parecchio a comprendere che cosa stesse succedendo e quali opportunità si stessero dischiudendo loro per porre fine alla stagione dell'equilibrio del terrore.

La ricostruzione delle vicende che portarono la leadership ungherese ad aprire il primo varco nella cortina di ferro, nell'estate del 1989, consentendo a migliaia di Ossie di «votare con i piedi», è avvincente come la trama di un giallo, così come è vivida la descrizione delle ore frenetiche che precedettero la fine del Muro.

Quello che appare meno convincente è la sottovalutazione delle forze profonde che portarono alla fine della Guerra Fredda e dell'Urss (si ripensi alla lezione di John Lewis Gaddis). Non c'è dubbio che senza Gorbaciov e Nemeth le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma forse occorrerebbe chiedersi come mai proprio questi uomini politici si ritrovarono in quelle posizioni di leadership in quel momento storico e perché arrivarono a maturare certe decisioni.

E qui le risposte appaiono un po' più articolate e sistemiche (avrebbe detto Kenenth Waltz) di quelle fondate sull'analisi del comportamento e delle personalità dei singoli decision-makers. Ancora meno comprensibile, persino all'interno della logica seguita da Meyer, è poi la totale assenza, in tutto il racconto, della figura di Giovanni Paolo II. Significativamente, proprio Enzo Bettiza riconosce come, tra tanti leader che non coglievano esattamente il senso epocale degli avvenimenti in atto, anche perché troppo attenti alla stabilità e troppo preoccupati dal cambiamento, il papa polacco fu «il solo veggente». La definizione del 1989 come di «un sommovimento storico avvertibile, ma imprevedibile» nella sua dinamica temporale esprime con sintesi felice ciò che nelle pagine di Meyers resta un po' troppo sullo sfondo.

Così come nell'argomentare di Bettiza si staglia nitidamente il lucido tentativo di Gorbaciov, destinato peraltro all'insuccesso, di scaricare i satelliti e le loro «élite coloniali» pur di salvare l'impero interno. Altrettanto efficace, proprio in questo anniversario, è la sottolineatura che il crollo pacifico del Muro è solo una delle immagini della fine della Guerra Fredda. Le altre sono quelle delle lunghe guerre balcaniche e del massacro di piazza Tienanmen.

Il libro di Dalos, infine, offre una preziosa analisi in chiave comparata delle diverse modalità con cui il blocco sovietico si sgretolò in un tempo sorprendentemente breve, e ci rammenta che, pur quando inscritte in un medesimo «destino», le vicende storiche non sono mai riconducibili ad un unico cliché.