Recensione
Giorgio Boatti, La Gazzetta di Modena, 03/12/2009

Emiliani racconta l'epopea del Giorno

Forse c’è davvero, per ogni ciclo della vita di un Paese, il giornale giusto. Per una manciata di anni - una decina, una dozzina, un niente insomma nella vicenda complessiva di una nazione - un determinato quotidiano riesce, con le sue pagine, a dare voce e racconto all’evoluzione di un Paese. Diventa un abito tagliato su misura dalla squadra di giornalisti coinvolti nell’avventura. Professionisti che, quando il giornale prenderà un’altra rotta, negli anni tra i ’70 e gli ’80 del secolo scorso, si sparpaglieranno su altre barche di carta. Portandosi dentro, e per sempre, la consapevolezza e l’orgoglio di essere stati nel luogo giusto al momento giusto. In altre parole di aver sentito battere da vicino il cuore del proprio tempo. Nel libro di Vittorio Emiliani - Orfani e bastardi. Milano e l’Italia viste dal “Giorno”, 321 pagine, 23,90 euro, Donzelli editore - viene incontro al lettore, a ogni pagina, questo orgoglio mai tronfio, anzi asciutto e quasi autoironico accompagnato anche dalla bruciante nostalgia di aver fatto parte, della impareggiabile squadra che sotto la magnifica direzione di Italo Pietra per una dozzina d’anni diede a Milano, e alla parte più dinamica e curiosa del Paese, la certezza di aver trovato una voce. Vale a dire il giornale che non solo sapeva raccontare, ma interpretava - e a volte anticipava - il travolgente cambiamento che l’Italia stava vivendo. Pietra - prestigioso comandante partigiano in Oltrepo, giornalista dalle vaste relazioni internazionali e dal legame di ferro con Enrico Mattei - assume la direzione del quotidiano, che il patron dell’Eni aveva voluto, succedendo al geniale ma forse eccessivo “startup” impresso dal poliedrico e fantasioso Gaetano Baldacci. Il giovanissimo Vittorio Emiliani, già ben quotato su testate prestigiose, per lavorare nel “Giorno” di Pietra - inizialmente come collaboratore, poi come inviato - rinuncia ad andare a “l’Espresso” di Arrigo Benedetti. Pietra intuisce il talento del nuovo collaboratore e lo sguinzaglia con la pattuglia di inviati - diventeranno tutti “grandi firme” del giornalismo italiano - incaricati di raccontare la provincia italiana. Il compito è di afferrare nodi e contraddizioni di territori che in quegli anni mutano volto sotto la spinta del miracolo economico, dell’emigrazione dal Sud. Nel libro di Emiliani le vicende del “Giorno” e quelle italiane si intrecciano con totale naturalezza. Il giornale, e il lavoro di una squadra che tra gli altri annoverava Murialdi e Pilade del Buono, Rozzoni e poi Del Boca, e contava su inviati come Bocca, Brera, Fossati, commentatori politici come Forcella, corrosivi narratori come Fusco, vaticanisti come Zizola, pistaioli come Nozza, registra con puntualità quanto accade nella penisola. E non solo nel Palazzo ma nei territori, nelle nervature di una società in rapidissima evoluzione e la cui nomenklatura non riuscirà mai a riconoscersi in una voce indipendente e di scintillante intelligenza come è il “Giorno” di quegli anni. Anche per questo “Orfani e bastardi” è sì il magistrale affresco di un periodo ma anche il resoconto appassionato di una sfida giocata da una generazione di giornalisti capace di dare il massimo di sé e di seminare molto di quanto di stimabile e apprezzabile ha conservato in sé il giornalismo italiano.