Recensione
Alberto Casadei, Stilos, 12/02/2010

Incroci e sovrimpressioni

E’ un libro di continui incroci e sovrimpressioni, questo di Biancamaria Frabotta, in cui la biografia persino minuta si lega strettamente, con salti cronologici forti ma mai violenti, a un percorso umano e intellettuale di una lettrice appassionata e politica, nel senso più etico e nobile del termine. Frabotta è una delle più intelligenti sostenitrici del movimento femminista, capace di coniugare partecipazione alle lotte e alle svolte fondamentali tra anni Sessanta e Settanta con la ricerca di un proprio spazio esistenziale, che l’ha portata a giudizi spesso controcorrente, inquieti e insieme capaci di cogliere gli sfondi autenticamente umani al di sotto delle ideologizzazioni più oltranziste. Il suo è stato il Sessantotto “dei rigori e dei doveri” oltre che quello delle liberazioni: e nell’ambito della serietà si collocava anche il suo rapporto con la letteratura, intesa innanzitutto come palestra di eticità e laboratorio di riflessione sui costumi ( mores) e sulle passioni, che si attuano attraverso i personaggi della narrativa (a cominciare dall’amatissima Guerra e Pace) o la nettezza dei versi ( altrui e propri). Per questo il rapporto con le opere è molto spesso, nei quattro capitoli che compongono il bel libretto di Donzelli, anche rapporto con i loro autori. E si va dall’esperienza dell’adolescente, che opera le sue scelte anche in contrasto con quelle normali della famiglia, e cerca anche un “piacere nel testo” (come sarà sempre tipico di Frabotta) ; alla ricerca della studentessa universitaria, che arriverà a conoscere Moravia, Pasolini, Morante e tanti altri autori già leggendari. Ma soprattutto arriverà a instaurare rapporti intensi persino al di là della vicinanza: quello con Dario Bellezza, che non risulta meno forte per i terribili contrasti che l’hanno segnato; quello con Christa Wolf, cercata a lungo nella Ddr a un passo dal crollo del Muro e del Comunismo, e mai incontrata; o Vesna Ljubic, regista degli splendidi Anna Derida e Ecco Homo nella Sarajevo assediata, intensamente vicina per un brevissimo periodo e poi scomparsa. Ma su tutti gli incontri spiccano quello, letterario, con Simone Weil, modello di comportamento civile e di intensità morale, tra lavoro alla Renault e analisi dell’Iliade; e quello, realissimo, con Amelia Rosselli, amata per la sua umanità straziata e per il suo acume al di fuori di ogni convenzione: per lei, viene riportato un toccante discorso funebre, l’Elogio del fuoco. Non è difficile riconoscere nella dimensione saggistica di Fra botta quella di un filone che può partire da lontano, addirittura da Montaigne, e arriva a testi come quelli di Vittorio Sereni ( nella Tentazione della prosa ), o più di recente Sebald e altri. Qui si coglie soprattutto, oltre alla forte “simpatia” con i testi prediletti, la sottile ma profonda difesa di alcuni valori, lungamente meditati e certamente indispensabili per l’autrice: primo fra tutti quello della poesia, che corrisponde al campo intellettuale in cui si può costruire una vera comunione di intenti, fragile e sempre a un passo dalla cancellazione, eppure costante, ripetuto in situazioni ed epoche diverse. Ecco perché il giudizio etico su alcune opere, che spesso, fulmineamente, coinvolge anche i loro autori, si fonda in primo luogo sulla possibilità o meno di trovare un’onestà e una dignità nella scrittura (nel senso più ampio del termine).