Recensione
Marco Benoit Carbone, Gorgonmagazine.com, 07/02/2010

Kristeva salta i recinti

Cosa accomuna Medusa a San Giovanni Battista, i Galli ai crani fatti crescere informi in lunghezza, il memento mori ai trofei funebri dei Salluvi, Gezabele a Giuditta, Salomè alla ghigliottina, la pena capitale all’incesto? Il culto religioso, estetico, erotico della testa va di pari passo con i motivi della decollazione, reale o metaforica: al contempo artisti e mitografi, lettori e scrittori della realtà sociale, i cacciatori di crani hanno fatto la storia dell’arte come quella della civiltà. Non vi è qui una storia dell’arte sub specie capitis, ma quasi una storia dell’umanità attraverso le ansie psicologiche della testa e della decollazione – e cioè del modo in cui il principio di realtà è stato nutrito, ma anche messo a morte. Infestante e pervasivo, il mito di Medusa è uno dei cardini di una rilettura freudiana della madre rovesciata - al contempo fallica e occhio vaginale – che partendo dall’esperienza neonatale della testa materna vi legge un archetipo dell’orrore del proibito, della castrazione e dell’incesto; ma anche, con Roger Caillois e Jean-Pierre Vernant, “ una genealogia segreta” che accomuna il potere di fissazione dello sguardo e l’esperienza estetica. Nel cranio, prototipo stesso della scultura, l’umanità si fissa tra la vita e la morte, come il corallo dal sangue meduseo; evita di fissarne l’abisso direttamente, e lo affronta nello specchio come Perseo. Ma la storia della Kristeva è anche quella del passaggio dall’icona alla figura, dal modello alla testimonianza storica; e così la testa del Salario è un’idealizzazione del martirio che segue all’edulcorazione del meduseo nelle veroniche e alle continue decapitazioni dei primi cristiani; fino al dibattito che tra il VI e il XII secolo , contrapponendo gli iconoclasti agli iconofili, ha come posta la diffusione tra le masse di una spiritualità prima indissociabile dalla rappresentazione rituale. E se “l’astrusa querelle dei dotti bizantini” non fosse stata che “ la prima gara per il futuro mercato della società dello spettacolo”, il preludio all’agitarsi dello spettro meduseo nel delirio collettivo della pena di morte, nella guerra politica a colpi di decapitazioni, nel culto del dott. Guillotine – prima che il demone passasse a infestare la letteratura e le arti, lasciando il guscio del mito originario e amplificandosi nelle forme e nel nesso moderno dello scarto tra l’oggetto e la soggettività dell’artista? Kristeva salta i recinti, si addentra in sentieri laterali, arriva ad autocitarsi; più incline alla letterarietà che al metodo, lascia la chiosa all’acefalo di Leiris e Bataille, apoteosi del dramma della sacralità, testa mozzata e simbolo dell’identità nello smarrimento, dell’estrema soggettività nell’irreparabile dispersione , della pienezza nello spreco. In questo senso la lama che libera l’acephale alla piena fiamma dell’Essere è anche quella che può piegarlo sotto la grottesca demenza collettiva o mutilarlo nella deficienza ctonia , che sempre cova sotto le ceneri; e il rimedio ideale resta quello dei peggiori maestri : un riso liberatorio sulla nostra condizione, “ a sangue freddo, ma con la testa altrove”