Recensione
Mario Baudino, La Stampa, 12/02/2010

Siamo uomini o archistar?

Una nuova figura si staglia sull’orizzonte delle nostre città: è l’architetto-narciso, che vive in una dimensione populista. È l’«Archistar», che ha perso contatto con la realtà del suo tempo, progetta in una specie di trance tecnologico e nega col suo stesso lavoro quella che Carlo Olmo definisce la «natura dell’architettura». Qualcosa è cambiato radicalmente, a partire dalla metà degli Anni Ottanta. E lo storico dell’architettura, attraverso questa - e altre - cesure, può leggere la storia di noi tutti. Carlo Olmo affronta questo tema in un libro denso e complesso, in uscita per Donzelli, che si intitola semplicemente Architettura e Novecento (pp. 137, euro 25). È illustrato con le vignette di Louis Hellman, che le ha realizzate in molti anni per l’Architects’ Journal. Ha come sottotitolo Diritti, conflitti, valori. Sono parole chiave per capire le città, dal rapporto con l’autorità a quello con il territorio e i suoi abitanti, il senso del vivere insieme. E subito sfata alcuni solidi luoghi comuni. Per esempio, sulle architetture di regime.

Nel secolo dei totalitarismi, professore, l’architettura è rimasta sostanzialmente indenne? «Certo che no. Il rapporto con l’autorità fa parte della sua storia. Quello che caratterizza il Novecento non sono però le architetture “di regime”: durante fascismo e nazismo si costruivano edifici molto simili in Italia, Germania, America o Francia. Albert Speer, l’architetto di Hitler, condivideva con i suoi colleghi democratici la convinzione di applicare al proprio lavoro valori universali. Il problema vero è semmai che a un certo punto l’autorità diventa anonima, viene rappresentate dalle grandi compagnie di costruzioni».

Questo cambia il modo di essere dell’architetto? «Prima poteva dire: io interpreto valori universali - o ritenuti tali. Ora, che valori incarnano le grandi immobiliari? Entrato nella dimensione populista, l’architetto si elegge a interprete di una realtà, di una nazione, di un mondo; diventa una archistar e costruisce per sé l’immagine di una società un po’ vera e un po’ immaginata. Non ha più bisogno di legittimarsi nemmeno intellettualmente. Si reinventa nel ruolo richiesto dalle grandi società di ingegneria: tecnologia e aspetti simbolici».

Insomma, creare eventi. «I simboli scollegati dalla società diventano facilmente bizzarrie. Così nascono i grattacieli storti, e in generale tutto ciò che deve stupire per il suo aspetto».

Si è parlato di un nuovo barocco. «È una semplificazione stilistica. L’architettura non si può leggere in termini solamente stilistici, perché è la testimonianza più complessa della società umana: e i valori sociali non sono manipolabili più che tanto. Tecnica e architettura hanno avuto per 2000 anni un rapporto piuttosto stabile: l’architetto andava con l’ingegnere, le loro discipline erano nate nello stesso ambito. Ora la scienza dell’informazione arriva da tutt’altra parte e consente ogni tipo di esasperazione, dalla modificazione del clima all’enfasi sulla sicurezza».

Come è accaduto in Dubai? «Non solo. Pensi ai grattacieli di uffici, che creano zone dove dopo una certa ora non c’è più nessuno. La città è complessa, è appunto composta di un reticolo di valori, diritti, conflitti. E di opportunità. La vera arma che ancora resta all’Occidente, di fronte alla crescita delle potenze asiatiche, è che in India e Cina non esiste la rete di città che abbiamo in Europa».

Professore, il suo è il racconto di una decadenza? «No, racconto delle parabole. C’è un problema di responsabilità, anche nel rapporto fra estetica e tecnica, e in quello tra forma e funzione. Auschwitz-Birkenau fu progettato da architetti noti e stimati. La stessa casetta unifamiliare può essere usata per scopi molto diversi. In Italia c’è stato un grande momento di etica collettiva, quando venne lanciato il progetto Ina Case, con un gran rispetto per gli spazi, le luci, la distribuzione delle funzioni. Se si guardano gli edifici progettati a partire dagli Anni Venti fino ai Sessanta, ci si accorge che più forte è il rapporto fra società politica e cultura, più questi quartieri sono davvero pensati. Più ci si allontana, e più le case popolari diventano casermoni. Ecco, racconto questo».

Ma anche la cattiva architettura. «Direi quella che pensa a una sola funzione. Non mi piacciono i libri “contro l’architettura”, come quello di Franco La Cecla. Non mi sento “contro” niente. Anche guardando all’oggi, la ricostruzione del Reichstag di Berlino, progettata da Norman Foster, è un’opera straordinaria. Architetti come Piano, Consuegra, Rafael Moneo non si pongono certo il problema se la loro identità passi attraverso la stranezza. L’emblema negativo è il Guggenheim di Gehry, a Bilbao. E non è neanche tutta colpa sua».

In che senso? «La committenza voleva una trasformazione profondissima del porto, e l’ha ottenuta. Oggi Bilbao è più ricca anche grazie al clamore suscitato da Gehry. Peccato però che l’edificio in sé sia invecchiato con velocità sconvolgente. Non si può usare l’architettura come provocazione».

Perché poi resta lì a testimoniare se stessa? «E non provoca più».