Recensione
Giuliano Galletta, Il Secolo XIX, 12/02/2010

Intervista al prof. Antonio Gibelli

NELLE LIBRERIE si è ormai da tempo consolidato uno scaffaletto destinato a ospitare i libri sul presidente del consiglio in carica. È nata così una sorta di “letteratura” berlusconiana, quasi un nuovo genere che oscilla fra due estremi: quello degli autori che sostengono la “leggenda del capo” e quello dei critici radicali alla Travaglio. Antonio Gibelli non appartiene a nessuna di queste due categorie. Nel suo libro appena pubblicato “Berlusconi passato alla storia” (Donzelli, 121 pagine, 12 euro) si comporta da storico - è uno dei massimi esperti di Prima guerra mondiale - e anche da docente all’Università di Genova, applicando gli strumenti della critica.

Professore, ancora un libro su Berlusconi?

«Il testo nasce da un’esigenza didattica: mi sono posto il problema di come raccontare le vicende degli ultimi quindici anni ai nostri ragazzi. Uso il verbo raccontare perché la storia è anche racconto: si spiega stabilendo nessi di causa effetto, ma anche eseguendo ritratti di personaggi e facendoli vivere, muovere sulla scena».

L’argomento in realtà stimola passioni e conflitti.

«Proprio per questo ho sentito il bisogno di prendere un po’ le distanze dal presente, di oggettivarlo. Da quindici anni tutti i giorni non si fa che parlare del fenomeno Berlusconi con stupore, disgusto, allarme, ma ci siamo ancora in mezzo. Io l’ho voluto raccontare in chiave storica, come se fosse passato: il titolo significa anche questo».

Si è comportato come se Berlusconi appartenesse al passato, è un auspicio?

«Non solo. Ho adottato le procedure tipiche della narrazione storica: identificazione di un fenomeno, di un’epoca; definizione della sua genesi, dei suoi caratteri fondamentali; delineazione della sua parabola, della sua possibile fine. Qui ho dovuto fermarmi, perché non posso dire che il fenomeno sia alla fine. Ci sono solo dei segnali, degli indizi. Del resto nella narrazione storica nulla nasce all’improvviso e nulla finisce all’improvviso. Possiamo descrivere un’evoluzione, mai una fine assoluta. Le discontinuità si accompagnano sempre a un certo grado di continuità: e questo vale tanto per l’inizio quanto per la fine di ogni epoca, anche questa».

Ma cosa le fa pensare alla fine di un ciclo storico?

«L’indizio più importante, se non della fine almeno del profilarsi di un quadro nuovo, è la netta presa di distanza del presidente della Camera Gianfranco Fini. All’inizio poteva sembrare un atteggiamento tattico, ma ora ha preso una consistenza diversa. Fini è nel ventre della balena ma vuole uscirne. Ha sottolineato una divergenza strategica: tra un destra incardinata sul berlusconismo e sullo smantellamento delle istituzioni, e una destra europea che sta dentro la Costituzione e le istituzioni».

In questo scenario che ruolo attribuisce alle opposizioni?

«Il loro ora è uno stato di prostrazione. Hanno subito una disfatta di portata storica e non sono ancora riuscite a farsene una ragione, quindi neppure a immaginare una vera controffensiva. In questi quindici anni la società ha espresso forme di resistenza tenaci, in qualche caso straordinarie, ma a tutto questo non è ancora stata data una risposta credibile. È un po’ come alla vigilia della caduta del fascismo: gli antifascisti non erano in grado di aprire lo scontro e il fascismo è caduto per dinamiche interne. C’è solo da sperare che ci sia una ripresa prima che il modello berlusconiano salti portandoci alla deriva».

Quali sono state le caratteristiche del periodo appena trascorso?

«Populismo, democrazia autoritaria, dispotismo mediatico, democrazia illiberale, bonapartismo, totalitarismo pubblicitario. Tutte hanno qualcosa di pertinente e qualcosa di insufficiente o di impreciso. Il compito degli storici è discutere senso e limiti dell’uso delle categorie e delle comparazioni. Tra il berlusconismo e le dittature classiche non c’è confronto, ma nella sua personalità c’è una componente fondamentale di carisma che può essere paragonata ad altri casi storici. E nelle dinamiche che tende a imprimere alle forme del suo potere c’è una chiara tendenza totalizzante, un bisogno già visto di smantellare le istituzioni. Inoltre c’è la questione dell’impero televisivo, che è uno scandalo assoluto per gli standard delle liberaldemocrazie».

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