Recensione
Chiara Piccolantonio, Close Up On line, 20/01/2010

Una chiachierata tra amici

l mestiere del cinema - un’autobiografia in cui un grande maestro del cinema racconta sé stesso e la sua maniera di fare cinema - ha il sapore di una chiacchierata tra amici, nel caso specifico Steve Della Casa, Francesco Ranieri Martinotti, curatori del libro, e Mario Monicelli. Al regista viareggino non preme sicuramente raccontare o analizzare le storie dei suoi film, materia di tanti altri libri, ma piuttosto svelare l’essenza che si nasconde dietro la sua figura di regista demiurgo, di artigiano e soprattutto amante della Settima Arte.

La testimonianza del fautore della commedia all’italiana si trasforma in una vera e propria lezione di cinema, in cui palesa tutti i segreti che hanno reso i suoi film grandi capolavori di critica e pubblico. Dalla gavetta vissuta negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, agli anni dell’antifascismo e della nuova libertà creativa, Monicelli rammenta le grandi riunioni tra amici che decretavano, di volta in volta, nuovi soggetti e nuovi copioni da poter realizzare, in un clima di ritrovata libertà espressiva e fervide speranze. Con veloci carrellate di pensieri e ricordi, il regista ripercorre i suoi più grandi successi, le sue collaborazioni, il rapporto con attori, sceneggiatori, produttori, montatori, addetti al suono, collaboratori fondamentali ed elementi indispensabili dei suoi gruppi di lavoro. Non serviva avere un luogo specifico dove incontrarsi, era sufficiente avere delle idee e ogni ambiente, che fosse un bar o un salotto di casa, diveniva incubatore di soggetti che sarebbero nati in poco tempo. Da sceneggiature interminabili bisognava trarre l’idea immediata del film, servendosi di tutti i collaboratori a disposizione, facendosi affiancare dagli sceneggiatori anche a riprese finite, contrariamente alla maggioranza degli altri registi coevi, e mantenendo sempre il ruolo di regista che aveva chiaro ogni elemento dell’opera, sia esso indispensabile o meno. A questo proposito, Monicelli ricorda come a volte gli venisse chiesto di scegliere il colore migliore anche per un paio di culotte, cosa del tutto irrilevante, ma necessaria per mantenere costante l’immagine di direttore fermo e deciso, capace di orchestrare ogni singolo particolare.

Nel corso del racconto, al regista classe 1915 preme spiegare le precise ragioni di scelte tecniche e artistiche che fecero della sua pratica di lavoro un vero e proprio metodo, delucidando quale fosse la ragione del suo amore per il doppiaggio a discapito della presa diretta, e con quale criterio scegliesse gli attori, costruendo attorno loro un ruolo o cercando di adattarli alla sceneggiatura, ma comunque instaurando con questi un rapporto sempre di grande complicità. Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Monica Vitti, e tanti altri : nomi di eccelsi artisti che collaborarono con il regista, e verso i quali Monicelli nutrì molto rispetto, prediligendo durante le riprese i piani sequenza proprio per seguire le loro innumerevoli evoluzioni caratteriali, e con i quali sfidò il gusto di pubblico e critica (basti ricordare che fu proprio Monicelli a trasformare Sordi in attore drammatico, nel grande capolavoro Un borghese piccolo piccolo). In questa affascinante lettura affiorano dunque la forza e il segreto del genio Monicelli, la sua grande flessibilità nell’affrontare commedia e riflessione disincantata del reale e la sua spiccata ecletticità, che gli ha permesso, durante settant’anni di onorata carriera, di dirigere e collaborare a circa duecento sceneggiature.