Recensione
Giorgio Boatti, Il Tirreno, 05/12/2009

Un team di grandi penne per un “Giorno” da maestri

Forse c’è davvero, per ogni ciclo della vita di un Paese, il giornale giusto. Per una manciata di anni — una decina, una dozzina al massimo, un niente insomma nella vicenda complessiva di una nazione ma molti nella vita di una persona — un determinato quotidiano riesce con le sue pagine, con lo sguardo attento e irripetibile della redazione coinvolta nell’avventura, a dare voce e racconto all’evoluzione di un Paese. Diventa un abito tagliato su misura dalla squadra di giornalisti coinvolti nell’avventura. Professionisti che, quando il giornale prenderà un’altra rotta, fra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso, si sparpaglieranno su altre barche di carta.

Nel libro di Vittorio Emiliani il racconto di chi ha fatto parte della impareggiabile squadra che sotto la magnifica direzione di Italo Pietra per una dozzina d’anni diede a Milano, e alla parte più dinamica e curiosa del Paese, la certezza di aver trovato la propria voce. Pietra — prestigioso comandante partigiano in Oltrepò, giornalista dalle vaste relazioni internazionali e dal legame di ferro con Enrico Mattei — assume la direzione del quotidiano succedendo al geniale ma forse eccessivo “startup” impresso dal poliedrico e fantasioso Gaetano Baldacci. Il giovanissimo Vittorio Emiliani per lavorare nel “Giorno” di Pietra rinuncia ad andare a “L’Espresso” di Arrigo Benedetti. Pietra intuisce il talento e le curiosità del nuovo collaboratore e lo sguinzaglia assieme alla pattuglia di inviati — diventeranno tutti “grandi firme” del giornalismo italiano — incaricati di raccontare la provincia italiana. Il compito affidato è di afferrare nodi e contraddizioni di territori che in quegli anni stanno mutando volto sotto la spinta del miracolo economico, dell’emigrazione massiccia dal Sud e della fuga dalle campagne. Nel libro di Emiliani le vicende del “Giorno” e quelle italiane si intrecciano. Il giornale, e il lavoro di una squadra che tra gli altri annoverava al desk Murialdi e Pilade del Buono, Rozzoni e poi Del Boca, e contava su inviati come Bocca, Brera, Fossati, commentatori politici come Forcella, corrosivi narratori come Fusco, vaticanisti come Zizola, pistaioli come Nozza, registra con tempestiva puntualità quanto accade nella penisola Anche per questo “Orfani e bastardi” è sì il magistrale affresco di un periodo ma anche il resoconto appassionato di una sfida giocata da una generazione di giornalisti capace di dare il massimo di sé e di seminare, per le generazioni venute dopo, molto di quanto — poco o tanto che sia — di stimabile e apprezzabile ha conservato in sé il giornalismo italiano. -VITTORIO EMILIANI “Orfani e bastardi. Milano e l’Italia viste dal Giorno”, Donzelli, 321 pagine, 23,90 euro