Recensione
Oreste Pivetta, L'Unità, 05/01/2010

Quel che resta del «Giorno». La bella storia d’un quotidiano

Che rapporto vi sia o vi possa essere tra obiettività e giornalismo è questione che mai troverà la strada della soluzione. Quarant’anni fa, dopo la strage di piazza Fontana, di fronte alle favole narrate da ministri e questori, molti giornalisti crearono comitati «per la libertà di stampa» (il primo proprio a Milano, undici giorni dopo la bomba) e si raccolsero in assemblea per tentare appunto di rispondere a una domanda centrale nella professione. Come stringere il cerchio attorno al principio di obiettività? La via fu per alcuni una sostituzione: «onestà» al posto di «obiettività». Rinunciando dunque all’ambizione di raccontare al lettore una verità, invece presentando onestamente ciò che si sa, ciò che si è visto, ciò di cui si è testimoni. Scriveva Marc Bloch: «Prima ancora di fare il punto su ciò che ho veduto, è necessario che io dica con quali occhi l’ho veduto». L’onestà è una virtù che non sopravvive, se non vi sono certezza di autonomia e una carta chiara dei diritti e dei doveri. Ne scrisse un secolo fa Joseph Pulitzer, nome che ci rimanda a un celeberrimo premio. Pulitzer, nato in Ungheria nel 1847, emigrato negli Stati Uniti nel 1864, morto nel 1911, fu un grande giornalista che divenne un editore molto ricco e che lasciò una eredità di due milioni di dollari, per finanziare il premio e consentire l’istituzione della scuola di giornalismo della Columbia University. Bollati Boringhieri pubblica oggi, in un libretto intitolato Sul giornalismo (a cura di Mimmo Candito, inviato della Stampa, direttore dell’Indice) proprio due conferenze di Pulitzer sulla utilità delle scuole di giornalismo, conferenze durante le quali l’editore-giornalista pronunciò parole magari concretamente inattuali per noi di fronte allo scempio tentato della professione e della stampa, ma che ancora sanno indicare il valore morale di un «mestiere». ONESTÀ O OBIETTIVITÀ? Sostiene Pulitzer: «Sono ormai pochi i luoghi in cui il denaro non è tutto: si tratta di quelli in cui gli uomini sono uniti dalla condivisione di valori etici». E paragona il giornalista al cadetto di West Point, che «vede migliaia di persone volgari, assai più benestanti di lui, crogiolarsi nel lusso, eppure mai scambierebbe la propria vita e cerchia sociale con la loro». Il cadetto sente la responsabilità di difendere la patria. Ma anche il giornalista ha una posizione tutta speciale: «Lui solo ha il privilegio di plasmare le opinioni, toccare il cuore e fare appello alla ragione di centinaia di migliaia di persone ogni giorno». Pulitzer formula, alla fine, una inquietante profezia: «Una stampa cinica, mercenaria, demagogica e corrotta a lungo andare renderà il popolo tanto ignobile quanto lo è essa stessa». Sono considerazioni che risalgono al 1904. Siamo arrivati a quel punto? Di fronte alle pene della stampa italiana, non c’è di che illudersi, ma a conforto vale l’accessibilità di nuovi strumenti e può valere la storia di giornali che conobbero momenti migliori, che inventarono qualcosa nel proporre l’informazione scritta, che rinnovarono grafica, titolazione, uso delle immagini, che giocarono e che magari continuano a giocare la partita dell’indipendenza (e quindi dell’onestà), anche sotto insegne di evidente appartenenza. Nell’elenco starebbe benissimo il Giorno, quello che fu ovviamente il Giorno, assai lontano parente di quanto si può vedere oggi in edicola. Parliamo del Giorno, nato nel 1956, voluto da Enrico Mattei, allora presidente Eni e regista di una politica italiana del petrolio liberata dai condizionamenti delle cosiddette «sette sorelle», le grandi compagnie che monopolizzavano il mercato, il Giorno inventato da Gaetano Baldacci che lo diresse per un paio d’anni e che poi fu nelle mani di Italo Pietra, capo partigiano e compagno nella Resistenza di Mattei. Alla vicenda del Giorno ha dedicato una lunga ricostruzione Vittorio Emiliani, che è stato consigliere Rai, direttore del Messaggero e che esordì nella professione, dopo svariate esperienze di collaborazione, proprio nel quotidiano milanese. Il libro di Emiliani, Orfani e bastardi. Milano e l'Italia viste dal «Giorno» (Donzelli, pp. 321, euro 23,90), non è semplicemente cronaca della nascita e della prima felice esistenza di un giornale. In quelle pagine c’è storia d’Italia, della sua ricostruzione, e c’è in particolare storia del rapporto tra Mattei e il potere politico e la Democrazia cristiana in primo luogo, di fronte all’esperienza del centrosinistra, nel cuore di un ampio, contradditorio, quadro di riforme. Come è noto, Mattei morì precipitando con il suo aereo, mentre volava verso Milano, a Bascapè il 27 ottobre 1962, un incidente con il sospetto dell’attentato. Presto orfano del padre fondatore e in una discussa relazione di parentela con un ente pubblico, il Giorno continuò, sotto la guida di Italo Pietra, che resterà direttore fino al 1972, anno che vide un consistente spostamento a destra dell’elettorato. Gli subentrarono prima Gaetano Afeltra e quindi Guglielmo Zucconi, democristiano di stretta osservanza e di però non taciute simpatie, a Milano, per il sindaco socialista Carlo Tognoli, uomo di brillanti invenzioni che ridiede vigore e diffusione alla testata. Seguirono Lino Rizzi e quindi Francesco Damato, già sotto le insegne di Bettino Craxi. Conclusione della storia del Giorno di proprietà pubblica con la direzione di Paolo Liguori. Siamo entrati ormai nell’era berlusconiana. Liguori lo rivedremo presto alla guida di uno del telegiornali di Mediaset e poi intrattenitore calcistico. Nel 1997 la testata fu ceduta ad Andrea Riffeser, nipote di Attilio Monti e presidente della Poligrafici Bologna, cioè di Resto del Carlino e Nazione. Era successo che l’asta se la fosse aggiudicata una cordata capeggiata da Gianni Locatelli, ex del Giorno ed ex direttore del Sole 24ore, ma Prodi, allora al governo, la ritenesse inadeguata all’impresa e la bocciasse. Così il Giorno perse «l’ultima chance di tornare a brillare di luce propria», commenta Vittorio Emiliani, che ha il merito della freschezza del racconto, della ricchezza delle informazioni, di presentarci, al di là della politica e delle beghe politiche, il teatro di una redazione, carica di passione e naturalmente di problemi. Un film che lascia intendere i colori e i rumori di quella particolarissima fabbrica. Bellissimi i ritratti ad esempio di Baldacci che «assume» i nuovi redattori, sedendo nella sua Jaguar foderata di pelle nera, o di Giancarlo Fusco, tumultuoso interprete di un giornalismo aggressivo, coraggioso, tutto intelligenza e provocazione. Che cosa resta del Giorno? Per i meno giovani intanto il ricordo del manifesto che lo pubblicizzava, autore Vincenzo Morello che si firmava Rastignac: l’omino in pigiama con i capelli ritti che apre la finestra al sorgere del sole e scorge aperto davanti a sè, naturalmente, il Giorno. Poi un elenco davvero unico di giornalisti e di intellettuali che a quella impresa parteciparono: da Baldacci a Pietra a Zucconi, con Bocca, Pansa, la Aspesi, Nozza, Nozzoli, Murialdi, Masina, Fossati, Brera… Arbasino, Citati… (molti dei quali, come si vede passati a Repubblica, quando Repubblica nacque, nel 1976). Infine, ed è questa l’eredità più importante, una somma, forse insuperata, tra la vivacità della scrittura, l’efficacia immediata della grafica, il coraggio dell’inchiesta e l’insistenza nel proporla, inchieste sulla scuola, sul lavoro, sullo stato del territorio, magari in modo rapido ma con grande attenzione e senza risparmio di energie (le leggendarie «cinquanta righe» dopo mesi di ricerche, secondo il motto: raccogliere cento, per scrivere dieci), sezionando la realtà di un paese in mutazione, ben stretti alla sua «morfologia», fisica e sociale. Racconta Emiliani degli otto mesi consumati a studiare i mali dei porti italiani: quando mai sarebbe possibile adesso?