Recensione
Velio Abati, Il Manifesto, 30/12/2009

Il ritmo dolente di un mondo fermo a Guantanamo

Giorgio Luzzi è poeta che appartiene a una stagione della cultura europea per la quale la presa di parola nasce da un'assunzione etica. Per questo si muove su tutti i registri, dalla ricognizione critica alla traduzione. Se nel secondo campo si è misurato sia con la poesia francese (Jammes, Apollinaire, Prévert), tedesca (Rilke, Trakl), in ambito critico lavora a mappature attente e aggiornate. Da alcuni anni, Luzzi affronta la rovina del mondo di cui si sente figlio e testimone. Misura lo scacco via via crescente di parole, di costellazioni concettuali e, più intimamente, della stessa necessità di un orizzonte di senso che sia altro e di maggior durata del commercio di corpi, di intelligenze, di volontà, femminili e maschili, che ormai satura il nostro eterno presente. Così in questa raccolta, accanto ai temi cari all'autore, quali il confronto con il linguaggio della pittura (da Goya a Picasso, fino alla rappresentazione di sé in veste di «frescante»), o della musica, quale il sentimento del paesaggio come limite esistenziale dell'umano (evidenti gli omaggi a Zanzotto in Tre boschi), irrompono nelle pagine, quasi da un'altra scena, lacerti dolorosi e incomponibili della cronaca globalizzata. Il testo poetico è dunque costretto a mettere alla prova la propria tenuta su di un terreno più diretto, più discorsivo. Sciame di pietra porta così ampi segni di tale abrasione che si traduce in consapevolezza, grido d'allarme sul destino della nostra civiltà: «in faccia ai libri, al tramonto, senza un'idea / intrecciato, conserto, congelato, stretto / a un patrimonio estinto». I «libri», o i dipinti, vale a dire le passioni e l'ethos, le azioni, le cose e il loro logos cui il nostro mondo appartiene, tramano fittamente la raccolta nelle forme più varie: dai numerosi ex ergo, alla ripresa manieristica esibita, in alcuni casi, già dal titolo (In partibus Hamleti, Guernicana, Poesia dipinta alla maniera di Franz Kline), fino al confronto citazionale come avviene con il primo libro del Capitale di Marx o con Il Principe di Machiavelli. La poesia di Luzzi scaturisce dalla costruzione figurativa, giocata tra scarto lessicale e giunzione sintattica. Ne nasce un dettato nobile, addensato da allitterazioni, impieghi lessicali alti, recuperi colti ed etimologici, a riprova della coerenza, anche esplicita, con la scelta poetica che si va indicando: «e penso al mio terrore, a questi/ miei versi che riverso/ su un orizzonte luddita,/ una bracciata di semina su un corpo di dispersi/ e queste microcisti sintattiche». Lo sciame di pietra è allora la cronaca dell'esplosione di una civiltà, la messa in scena del terrore che ne consegue, il contributo operoso, ipotetico quanto si voglia, a un necessario nuovo giorno. I materiali esplosivi delle mille deflagrazioni non sono arbitrari o voluti dal poeta che, in accordo con l'accezione novecentesca, non crea ma trova in casa propria: «ossa qui/ compilate e serene, fuori orario, dopo/ il lavoro e il pasto, ripulite, in ordine»; «le tettoie cinesi, il lordo capitale / che guida il segretario del partito»; «la sozza tana/ di Abu Ghraib»; la «polvere di Guantanamo»; la «volée riuscita» del «nunzio Laghi»; «il vostro (MR. OLMERT)Buon Recinto The good fence/ oltre il quale le vostre artiglierie scaricano pioggerelle/ e risatine». Il propellente incendiario viene dunque da fuori, fa perno sul Sud del mondo, mentre il suolo della nostra casa rimane inerte, opaco, disabitato: «aspettiamo qualcosa che ci porti/ fuori da questa storia scritta». Proprio per questa sordità lo «sciame», che pure è indizio e anzi origine di nova vita, rimane «di pietra».