Recensione
Donatella Coccoli, Left, 18/12/2009

La caduta di un Paese

ome scrive Guido Crainz nell’ultima pagina del suo breve ma densissimo saggio Autobiografia di una Repubblica (Donzelli editore) si sarebbe tentati, dopo aver visto scorrere sotto gli occhi, veloci e crudeli, gli anni dal ’48 a oggi, di farci prendere da quella «disperazione calma, senza sgomento» di cui parla il poeta Giorgio Caproni e che Crainz ha posto a sigillo finale del suo libro. «Scendo. Buon proseguimento» concludeva il poeta. E invece lo storico incita a «rimanere in carrozza». Sapendo «che il viaggio sarà molto lungo e molto disagevole». «Quella poesia nella mia stanza all’università ce l’ho da tre anni», ammette Crainz un po’ amaramente, come a sottolineare un disagio intellettuale che non è di ora. A lui abbiamo chiesto di commentare alcuni passi del libro, uno dei saggi più venduti del periodo, oggetto di presentazioni un po’ in tutta Italia, dalle librerie alla scuola dei giovani del Pd, fino ai circoli Giustizia e libertà. Intanto, quel sottotitolo “Le radici dell’Italia attuale” parla da solo. Eppure già molti segnali di allarme sul destino dell’Italia si ebbero a partire da quel 1994 che vide la vittoria di Berlusconi, sceso in campo solo alla fine del ’93. Barbara Spinelli, come riporta Crainz nel suo libro, su La Stampa in un provocatorio articolo se ne uscì con: «D’un tratto la Gente appare diversa, come smascherata dopo il successo di Berlusconi, della lega e dei neofascisti: da bella è diventata bruttissima, da civile è diventata incivile. E non solo incivile ma idiota». Dieci anni prima, nel 1982, il Censis a corredo del suo annuale rapporto scriveva: «Dobbiamo constatare che vanno crescendo pericolosi e antichi fenomeni di “società incivile”», chiedendosi se «non è giunto il tempo di capire fino a che punto l’annerimento nel profondo della nostra dimensione collettiva sia una “crisi d’anima” capace di distruggere la nostra spinta di sviluppo». Per Crainz questa «mancanza d’anima» comincia proprio dagli anni Ottanta. L’anno del «mutamento antropologico- culturale della classe politica» è proprio il 1980. «Prima direi che degli anticorpi ci sono stati - spiega Crainz - come il movimento operaio e i grandi movimenti collettivi e anche delle forme di solidarietà nelle aree rosse e anche in quelle bianche. Dagli anni 80 in poi gli anticorpi sono caduti». Quella caduta la paghiamo ancora oggi. «Mentre negli anni 60 c’era un confronto fra modi diversi di essere italiani, c’erano dei soggetti della costruzione degli italiani, come le istituzioni, la cultura e i partiti che avevano un loro ruolo, oggi abbiamo solo i due elementi comparsi con gli anni 60, i consumi e i media. E gli anni 80 danno il proprio il segno di questo percorso». Il rampantismo, l’affermazione individuale, la mancanza di regole, il denaro come criterio, sono tutti aspetti dei «lunghi anni Ottanta». Ed è una faccia della medaglia; l’altra, come descrive con il suo stile asciutto, Crainz, la individua nell’angoscia, nella politica e nell’impegno abbandonati per il divertimento, nella «ferocia senza più limiti» dei terroristi assassini. Alla fine vinse il “riflusso” insieme con un modus vivendi “passivo” della politica. «Nel corso del decennio - continua lo storico - nonostante elementi di corruzione e di distanza dalla politica però i partiti di governo crescono». Il problema, drammatico, che affiora da tutto il libro è questo: «I disonesti non è che ci sono di più in Italia è che qui manca una rete di onesti, un punto fermo di riferimento a cui appoggiarsi, né nella politica né nella società civile». La tragedia di «un Paese che si trova bene in questo quadro perché considera normale tutto questo», afferma Crainz. Come a dire, se un giorno dovesse cadere Berlusconi, rimarrebbe il berlusconismo. Un nodo da affrontare, da subito. Impossibile allora non individuare le responsabilità della sinistra che in qualche modo ha permesso tutto questo. Nel libro Crainz parla apertamente dell’incapacità del Partito comunista nel capire le istanze di cambiamento provenienti dal ’68. «Nel Pci - spiega lo storico - c’era una sordità in base, per schematizzarla molto, ai propri assiomi fondati sulla classe operaia e la classe operaia internazionale. Da qui derivava quindi una chiusura e la non attenzione al cambiamento. Quando tutto questo va in crisi - e i simboli sono la marcia dei 40mila della Fiat e il Vietnam - non c’è nessuna riflessione. Cioè ti cadono gli architravi fondamentali su cui hai retto le tue chiusure e poi non rimane più nulla, se non l’adeguamento all’esistente». Gli effetti della crisi del Partito comunista continuano fino a oggi, vista l’evoluzione del Pci: «Da un pregiudizio ideologico alla rincorsa dell’esistente, dalla deprecazione totale della flessibilità alla scoperta che la flessibilità è moderna, senza regole e senza principi». Solo che in questi passaggi scompare la sinistra, sia quella del Pci che quella alla sua sinistra, mentre il Psi diventa un’altra cosa, oggetto di una mutazione, travolto poi da Tangentopoli. E chissà se tutto poteva cambiare con un incontro, nel senso di una reale collaborazione, tra Craxi e Berlinguer? «Con una battuta - dice Crainz - il Craxi ce lo potevamo risparmiare, nel senso che un processo di degenerazione come quello che ha subito il Psi non era scritto nelle cose; mentre invece l’impostazione berlingueriana era difficile da evitare, viste le premesse, anche se il suo merito è quello di aver spinto di più a prendere una distanza dall’Urss pur con enorme ritardo. Si potrebbe dire, con le parole di Galli Della Loggia, che la sinistra ha perso il Progetto e il Candore». Goffredo Fofi, alla presentazione del libro di Crainz alla fiera Più libri più liberi aveva parlato degli intellettuali italiani o “cortigiani o curiali”. Colpa anche loro della caduta? «Siamo mancati tutti in questo Paese - afferma con sincerità lo storico - questa è la verità. La società civile si è mostrata non il principe ma il rospo di cui parla la Spinelli, ma siamo mancati tutti anche noi. E credo che in questo anche l’ideologia pesi molto». Come esempio raro di intellettuale veramente riformista Crainz cita Walter Tobagi: «Figure così a quella generazione sono mancate». «L’altro elemento fortissimo è quello rappresentato dai laici schiacciati e deboli, alla fine anche sfiduciati in loro stessi. è una merce rarissima essere laici in questo Paese». Il sistema dei partiti mostra tutte le falle possibili, e non solo negli anni di Mani pulite. La degenerazione comincia molto prima. Prende sempre più piede il binomio tessera di partito-posto di lavoro. « Negli anni 70 - racconta Crainz - le riforme vedono un moltiplicarsi del ceto politico a dismisura. Per nomina politica ci sono 11mila persone nelle Asl, talvolta è un personale politico di quart’ordine che viene messo a rovinare una riforma importante come quella sanitaria. Così accade anche per le Regioni che erano nate come decentramento; se quella riforma si fosse fatta per bene si sarebbe tolto spazio alle leghe. Le Regioni così non sono state decentramento ma moltiplicazione dello statalismo centralistico ». In una parola, «si è accentuata la politica intesa non come servizio ma come vantaggio». Crainz non nasconde il pessimismo ma un dato di fatto è che il libro ha destato molto interesse e reazioni dai lettori. Tante mail da sconosciuti, i blog che lo riprendono, segnali molto forti. Potrebbe essere l’inizio del viaggio “lungo e disagevole”.