Recensione
Filippo La Porta, Left, 18/12/2009

Socialismo e utopia

assimo Onofri ha scritto il suo libro più partecipe e malinconico, fatalmente contagiato dall’oggetto di indagine: Il suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo. (Donzelli). Memore dei gialli inchiesta dell’amato Sciascia, dei saggi biografici di Garboli e del metodo indiziario di Ginzburg l’autore indaga meticolosamente la vita e l’opera di Pellizza, che nel 1901 dipinse il celeberrimo Quarto Stato, reso popolare soprattutto dal manifesto del film Novecento di Bertolucci. Pellizza morirà suicida appena 6 anni dopo, nel 1907,probabilmente a causa della morte della moglie Teresa, del figlio maschio, e anche di altri lutti e poi dei problemi economici legati alla malattia del padre. La sua vicenda privata di “depressione”, che qui vediamo scrutinata direi clinicamente, sembra riassumere il destino del socialismo nel nostro Paese. Ma il discorso è più ampio e va ben oltre Mani pulite e la fine della Prima repubblica e anche oltre gli anni del craxismo, quando la parola “socialista” indicava nel senso comune non più una persona integra e onesta ma un ladro! Occorrerebbe chiedersi: e se la modernità non sapesse che farsene del socialismo? Altro che sviluppo delle forze produttive e dialettica della storia! Quella generosa utopia sociale sembra d’un tratto appartenere a un mondo scomparso. Predica uguaglianza e regolarità mentre, come annotava maliziosamente Croce, la vita è ineguale e irregolare. A un certo punto la folla di contadini e braccianti del quadro di Pellizza, con la loro fermezza morale e il senso di una dignità offesa, nel corso del ’900 si converte prima in una moltitudine di zombi (nella copertina di un romanzo di Manfredi), poi di yuppie (in una recente pubblicità). Torniamo a Pellizza. Ci sono due quadri imprescindibili per afferrare almeno un bandolo della sua scelta estrema. L’idillio di primavera e Il morticino. Lì la felicità sembra possibile solo in uno spazio onirico, nebbioso, spettrale, alla fine della storia. Una felicità inattingibile che in questa vita possiamo solo sfiorare in un presagio abbacinato. Ma allora in che consiste il suicidio del socialismo? Onofri si limita a costruire la sua avvincente drammaturgia saggistica e a offrirci tutti gli elementi in gioco, dalla letteratura alla pittura e alla storia delle ideologie. Provo a suggerire una risposta: consiste nell’illusione pericolosa che la sua realizzazione avrebbe eliminato il dolore e la ferita (ll «malheur » di Simone Weil), invece connaturati all’esistenza. Il socialismo non mantiene tutte le promesse, perciò si guasta. Se invece accettiamo che quella ferita non si rimargina attraverso una riforma o una rivoluzione (come ben sapeva l’esistenzialismo: e Pascoli, affine a Pellizza, ne anticipa elementi), che con quel dolore occorre pur convivere, allora da questa visione tragica ma non disperante nasce l’esigenza di assegnare alla politica stessa confini laicamente precisi. E cioè: il compito (irrinunciabile) di creare le precondizioni affinché ognuno possa poi fare liberamente la sua esperienza di felicità, si trovi questa nel sole dell’avvenire oppure no.