Recensione
Roberto Mania, La Repubblica, 17/12/2009

La privatizzazione made in Italy è costata allo Stato 4 miliardi in più

La privatizzazione dell' Alitalia è un caso da studiare, un case study. Al contrario, però: va esaminato non perché da imitare, bensì per memorizzare tutto quello che non si deve fare in una privatizzazione. Che non si fa nell' interesse dell' acquirente, bensì in quello del venditore che, a sua volta, coincide con quello di una comunità. Per esempio, una privatizzazione - trasparente verrebbe da aggiungere - dovrebbe produrre meno costi, più concorrenza, tariffe più basse, servizi migliori e incassi per lo Stato. Bene, nulla di tutto questo è successo con la cessione di Alitalia alla Cai di Roberto Colaninno, per via del piano Fenice elaborato da Banca Intesa all' insegna dell' italianità. Anzi, è accaduto il contrario. Basta leggersi "Alitalia. Una privatizzazione italiana" (Donzelli), scritto a quattro mani da Roberto De Blasi, che per anni ha avuto ruoli di responsabilità nella compagnia,e dall' economista dell' Università La Sapienza di Roma, Claudio Gnesutta. Vendere l' Alitalia ci è costato, eccome. E ci è costato di più venderla alla cordata italiana anziché al colosso francese di Air France. A conti fatti - secondo De Blasi e Gnesutta - il piano Fenice ha avuto un impatto sulle finanze pubbliche stimabile tra i 2,8 e i 4,4 miliardi in più rispetto a quello dei francesi guidati da Jean-Cyrill Spinetta. Praticamente mezza Finanziaria per quanto del tipo light, come quella appena approvata alla Camera. Lo Stato (cioè tutti noi) ci ha perso in quanto azionista ma anche in quanto creditore, avendo finanziato il noto "prestito ponte" e sottoscritto le obbligazioni. Il governo si è poi accollato i debiti della vecchia Alitalia non assorbiti da Cai, come quelli (circa 400 milioni) della compagnia privata AirOne. L' elenco potrebbe continuare, pensando, per esempio, ai piccoli azionisti. Ma quella vendita ci è costata cara anche sul piano sociale. Perché c' è un punto che continua a lasciare perplessi. Scrivono De Blasi e Gnesutta: «Il problema del personale in Alitalia non è mai stato causato da remunerazioni troppo elevate, ma dalla bassa produttività. Nonostante ciò, il costo del lavoro è stato il primo affrontato da Cai. L' impatto occupazionale legato alla privatizzazione è stato superiore a quanto previsto dal piano Air France». Alla fine il numero degli assunti dalla nuova compagnia è stato di 12.600. Perché dei 20.700 dipendenti delle due compagnie nel 2008, 8.100 sono stati esclusi, contro i 5.420 previsti dal piano elaborato a Parigi. Costo sociale e anche costi finanziari per via dei generosi ammortizzatori sociali (fino a sette anni consecutivi) tagliati ad hoc. Ma il decollo con un terzo della sua precedente forza lavoro significa anche un incremento di produttività per l' Alitalia? «È dubbio», rispondono i due autori. «Tale dubbio si rafforza se si tiene conto che i livelli di utilizzo degli aeromobili previsti per nuova Alitalia sono superiori a quelli che gli stessi vettori low cost non riescono a raggiungere (7,5 voli giornalieri per velivolo contro i 6 che in media Ryanair riesce a effettuare)». È questa la nuova Alitalia: un «nano robusto», come scrivono, senza i vecchi debiti e protetta dalle nuove leggi antitrust. Ora la privatizzazione è fatta, e il 2010 sarà decisivo. Aspettiamo.