Recensione
Francesco Merlo, La Repubblica, 28/11/2009

Viaggio nell'arte di staccare la testa dal corpo

A volte testa e corpi sono separati in casa, stanno attaccati ma non comunicano, e quasi sempre vince il corpo che desidera , contro la testa che ragiona. Altre volte la testa sopravvive al corpo, magari sepolta sotto l'umida pianta di basilico della bella Elisabetta, come racconta il Boccaccio non sospettando che gli psicanalisti vi avrebbero letto l'invidia del pene e gli antropologi la voglia di impadronirsi dell'anima. Ma la testa è sede del sesso o dell'anima? La risposta si può (forse) trovare nelle 216 pagine di "La testa senza il corpo" , singolare e appassionante libro-catalogo di una mostra che nel 1998 fu organizzata al Louvre da Julia Kristeva, forse la più prolifica intellettuale francese, psicanalista, semiotica, romanziera, biografa di Santa Teresa e di Colette, e con lo charme parigino di essere nata in Bulgaria (nel 1941) . Pubblicato da Donzelli, il libro arriva in Italia dopo che in Iraq e Pakistan hanno rinunciato alla decapitazione, anche nella forma "abbreviata" dello sgozzamento che è un lavoro da macellaio in confronto alla raffinatezza illuminista del recidere la vita. Infatti la psicanalisi non si sporca con gli sgozzatori ma si concede ai tagliatori di teste , e nei decapitati vede dei castrati:"I nostri antenati- scrive la Kristeva- sembravano mirare alla testa delle donne....certamente più di una regina fu decapitata: Anna Bolena, Maria Stuarda, Maria Antonietta...Ma più ci si avvicina alle epoche moderne, più la decollazione riguarda gli uomini. Per la castrazione è d'obbligo: cosa si potrebbe tagliare a una donna?". E' un viaggio molto femminile ( e femminista) della psicanalisi nell'arte della decapitazione, dai crani del paleolitico superiore sino alle teste di marylin Monroe riprodotte da Andy Warhol. La Kristeva, che deve qualcosa a Derrida, sta da maestra in quella vincente psicanalisi che non pensa più di fare chiarezza, come volevano Freud e Jung, vale a dire di riesumare e di portare all'intelligenza il luogo oscuro di ciascuna vita, ma al contrario di mettere l'intelligenza al servizio dell'oscurità della vita. D'altra parte quando nel libro si arriva alla ghigliottina è al lato buio dell'illuminismo che si pensa, al mistero del tempo della testa che fu anche il tempo dei senza testa. Non basta rispondere che al taglio della testa la Ragione affidò il massimo dell'oltraggio proprio per ribadire che la parte più importante dell'uomo non era il cuore nè il fagato bilioso ma appunto la testa. Prima che venisse ghigliottinato Robespierre si sparò al cervello. Un giovane gendarme di nome Merda- proprio così- avvisò i deputati che lo fecero curare. Poi,"in preda a un'allegria generale", tutta Parigi volle assistere all'esecuzione. L'incorruttibile teneva gli occhi chiusi e li riaprì solo quando fu trasportato sul palco. Pare che dinanzi al fatale strumento emise un doloroso sospiro. Ma subì un oltraggio crudele. Strappatogli l'abito che teneva sulle spalle, il boia strappò brutalmente la complicata fasciatura che i chirurghi gli avevano messo sulle ferite. La mascella inferiore si staccò allora da quella superiore lasciando partire dei fiotti di sangue. "La testa di questo miserabile divenne dunque un oggetto mostruoso e disgustoso. E quando infine questa testa inquietante fu tagliata e il boia la prese per i capelli per mostrarla al popolo, essa aveva l'aspetto più orribile che si possa descrivere". L'indomani, una grande quantità di calce viva fu gettata sui resti dell'incorruttibile: per corromperli e impedire che potessero un giorno essere divinizzati. Ci sono dunque teste che, anche mozzate, rimangono pericolose. Altre si mostrano vive solo quando vengono mozzate. E' il caso della testa "con il cervello striminzito e ignaro" del fratello piccolo di Robespierre, la cui decapitazione è raccontata in un bello e veloce libro dello storico Sergio Luzzatto (Bonbon Robespierre, Einaudi):"Se uccidete lui dovete uccidere pure me". E i Termidoriani, sebbene non interessati alla sua testa, lo accontentarono. Luzzatto fa bene a difenderne la memoria, ma dovrebbe ammettere che quella testa, incollata o decollata, non valeva tanto. Ovviamente la testa, prima e meglio della foto, era la prova di una fine, più sicura del certificato di morte. La testa è l'identità- il corpo senza testa- il solito corpo senza testa dei delitti in cui l'identità dell'ucciso facilmente condurrebbe all'identità dell'uccisore - fu trovato..." è l'incipit di un racconto filosofico di Sciascia che finisce con l'esibizione di una bella testa. Esibite furono le teste di due classici decollati: Cicerone e San Gennaro. La leggenda le vuole bellissime. "La vostra testa è preziosa non soltanto perchè rischiate di perderla" scrive la Kristeva. Secondo i suoi gusti, la decapitazione "conferisce all'espressioneuna bellezza ideale che trova nella maschera funeraria il suo limite paralizzato". E questo (forse) significa che il viso umano non ha ancora trovato la sua faccia