Recensione
Siegmund Ginzberg, La Repubblica, 22/11/2009

Le fiabe perdute di Chagall

Un immigrato si familiarizza con la lingua del paese di adozione facendosi leggere e rileggere dalla moglie le favole di La Fontaine. Talvolta la ferma al punto in cui il poeta fa la morale: «Questa puoi saltarla». Poi, quando ormai le conosce a memoria, le dipinge con una fantasmagoria di colori gioiosi, brillanti e sgargianti, quasi pop, che accentuano, anzi fanno esplodere l’elemento ironico, fiabesco, surreale. Lui è già un pittore famoso, non un esordiente. L’editore che gli ha commissionato le tavole è uno dei più grandi collezionisti d’arte dei suoi tempi. Mal gliene incoglie però. Gli rinfacciano di tradire il più elegante, «il più cartesiano e il più lucido» dei poeti francesi del Seicento, una gloria della cultura occidentale, facendolo illustrare dalla «barbarie urlata ispirata al colore di un orientale». L’immigrato è russo. E per giunta ebreo. Che sarebbe a dire, per quei tempi, peggio che extracomunitario. Nella sua città natale, Vitebsk, ora Bielorussia, era stato registrato all’anagrafe come Moshva (Mosè) Shagal. A Parigi si sarebbe fatto chiamare Marc Chagall. L’editore per cui lavora si chiama Ambroise Vollard. Ha già fatto fortuna lanciando Cézanne, Matisse, Gauguin, Van Gogh, e un altro immigrato, Picasso. Ma gli rimproverano di aver montato soprattutto artisti «stranieri e semiti». Chagall gli ha già illustrato Le anime mortedi Gogol, ma con incisioni, in bianco e nero. Gli illustrerà poi, sempre con incisioni, I profeti della Bibbia. Per il progetto La Fontaine si butta invece sul colore, inventando nuovi impasti, ricchi, corposi, talvolta addirittura quasi violenti. Non sono più nemmeno i colori notturni, spenti, tristi della Russia della sua infanzia, che pure lo avevano reso celebre. Sono colori solari, che scintillano di allegria, sono i colori del paesaggio francese e del Mediterraneo, che Chagall ha appena scoperto, sono i colori di Cézanne, di Matisse, dei Fauves, non più quelli dello shtetl, del villaggio-ghetto. Ecco qualche esempio. Un cuoco brillo scambia un cigno per un’oca e sta per sgozzarlo. Quello intona un lungo dolcissimo lamento e salva il collo perché l’ubriaco lo riconosce. «Questo per dire che il saper parlare/ con voce dolce e con parole belle/ consente a volte/ di salvare la pelle», la morale della favola. Noi, come Chagall, come probabilmente anche La Fontaine, sappiamo che talvolta è così, talvolta no. Il cigno dell’illustrazione potrebbe benissimo rappresentare uno dei protagonisti delle bellissime Storie di uomini e animali di Scholem Aleykhem. Ma la differenza è che quelle, pur essendo anche loro deliziose favole per bambini, sono di una tristezza struggente, fanno venire i lacrimoni agli occhi. Mentre Il Cigno e il cuoco così illustrato trasmette allegria. E forse più per i colori da Costa Azzurra che per il lieto fine. Tutti sappiamo come va a finire Il lupo e l’agnello. Esaurite le scuse, quello finisce divorato «senza neanche la farsa di un processo». Ma nell’illustrazione ci si può per un attimo illudere che il lupo cattivo e il tenero agnellino stiano giocando. Chagall non si limita a “illustrare” La Fontaine, come altri avevano fatto, egregiamente, per secoli. Lo interpreta, aggiunge qualcosa. Quel che aggiunge in genere è una nota di ottimismo. Ma altre volte una nota di ulteriore ironia. Ad esempio, ne Il lupo, la volpe e la sentenza della scimmia, il poeta di corte del Re Sole chiaramente parteggia per la scimmia, che è il giudice chiamato a dirimere la querela del lupo contro la volpe. Quel giudice condanna entrambi, querelante e querelato, a rischio di contraddirsi: «È inutile che sprechiate tanto fiato,/ vi conosco fin troppo, amici cari./ Pagherete l’ammenda, siete pari:/ tu, lupo, per avere simulato/ un furto mai subìto,/ e tu, volpe, per aver rubato/ più di una volta, e a vari proprietari ». Non esattamente l’ideale della giustizia, da cui ci si aspetterebbe un «sì, sì», o un «no, no». Tanto che nelle edizioni successive La Fontaine dovrà difendersi dalle critiche addossando la responsabilità delle contraddizioni alla sua fonte, ad Esopo. Chagall nel dipingere la scena va oltre: ironizza su tutti e tre, scimmiesco magistrato compreso. Tra il 1926 e il 1927 Chagall aveva realizzato un centinaio di gouaches sulle Favole. Ma non se n’era poi fatto nulla. Il libro a colori non sarebbe mai uscito. Non si hanno spiegazioni convincenti del perché. Si disse che Vollard avrebbe rinunciato perché le prove di stampa a colore non erano riuscite bene. Più tardi Chagall avrebbe ripiegato su incisioni con gli stessi soggetti. Sarà anche andata così. Ma qualcosa non quadra. La Francia continuava ad accogliere immigrati, era un polo d’attrazione per gli intellettuali da ogni angolo d’Europa. Ma in fatto di avversione agli stranieri tirava già una brutta aria, anticipava, come spesso succede, il peggio a venire altrove. Avevano tradizioni da vendere, erano stati già nei decenni precedenti all’avanguardia in Europa in fatto di nazionalismo e antisemitismo. Avevano dato punti a tutti col caso Dreyfus. Non è così sorprendente che abbiano in qualche modo anticipato il linciaggio dell’arte d’avanguardia “straniera” inscenato dai nazisti qualche anno dopo la loro ascesa al potere in Germania. Nell’inaugurare a Monaco nel 1937 la grande mostra sull’“Arte degenerata”, Hitler aveva ironizzato sui dipinti «con cieli verdi e mari viola», e proposto la sterilizzazione e il ricovero forzato nei manicomi dei «disgraziati» che «dipingono così perché vedono le cose così». Tra le 730 opere forzosamente sequestrate e additate all’infamia c’erano diversi Chagall. In Francia avevano ottenuto lo stesso effetto, senza nemmeno dover instaurare un nuovo regime: di violenza gli bastava quella esercitata attraverso i giornali. In quel clima Vollard forse semplicemente non aveva altra scelta. Erano gli anni in cui l’editore Grasset scopriva e pubblicava l’ebrea russa Irène Némirovsky. Ma forse lo faceva anche perché gli ebrei dei suoi romanzi, a cominciare da quel David Golder, il cui protagonista ricalca la figura del padre banchiere dell’autrice, accomodavano certi cliché antisemiti. Gli artisti immigrati cercavano disperatamente di integrarsi, farsi francesi. La Némirovsky scriveva in francese, sua figlia era nata a Parigi, ma nessuno della famiglia riuscì mai a ottenere la cittadinanza francese. Si convertirono ostentatamente, forse addirittura con convinzione, al cattolicesimo. Ma nemmeno questo bastò a salvarli dal treno per Auschwitz e dalla camera a gas. A Chagall invece la cittadinanza la concessero. Sia pure parecchio dopo che l’aveva chiesta: nel 1937, quando al governo c’era la sinistra, col Front populaire. Ringraziò colorando coi colori del tricolore l’ultima versione del tema ricorrente della coppia innamorata. Poi evitò il peggio perché riuscì ad ottenere un visto per New York. Morì ricco e onorato, nel suo castello, a novantasette anni, nel 1985. Ma l’ansia di assimilazione talvolta fa brutti scherzi a chi s’è visto per tutta la vita additare come “diverso”. S’è detto che Chagall è «il più ebreo dei pittori ebrei». Persino i suoi Cristi crocifissi sono innanzitutto ebrei. Eppure era laicissimo. A differenza della Némirovsky e del suo amico Maritain o della sua contemporanea Simone Weil, non risulta si sia mai convertito. Di cose di religione, a quanto pare, non si curava molto. Ma è sepolto in un cimitero cattolico, sotto una croce, perché così volle l’ultima moglie, Valentine, “Vava” Brodsky, ebrea ma convertita. Le sue illustrazioni alle Favole erano un omaggio a La Fontaine, un inno alla cultura e ai colori della Francia. Trasudano felicità. «Quelli sono stati i nostri anni più felici», avrebbe confessato. L’ironia amara è però che queste tavole, concepite per esprimere la felicità di vivere in Francia, non furono pubblicate in Francia. Caduta l’idea del libro d’arte, nel 1930 le tavole erano state esposte in tre mostre, a Parigi, a Bruxelles e a Berlino, per essere subito dopo vendute ad acquirenti privati. L’editore forse pensava così di recuperare le spese. Nessun museo si fece avanti per evitare la dispersione. Né nessuno da allora è riuscito a mettere insieme e recuperare tutte e cento le illustrazioni. Solo a metà anni Novanta il Museo Chagall di Nizza e il Musée d’Art Moderne di Céret sarebbero riusciti ad esporne una parte. Di una trentina i curatori erano riusciti a rintracciare almeno l’ubicazione, anche senza riuscire ad esporle. Di un’altra trentina, si sono invece perse del tutto le tracce. Si tratta per lo più dei dipinti venduti a Berlino. Solo tre anni prima della nomina di Hitler a cancelliere. Tra la favola e l’orrore talvolta i tempi sono stretti. Il catalogo pubblicato nel 1995 dalla Réunion des musées nationaux presentava quarantatré gouaches. Sono esattamente quelle che l’editore Donzelli ora pubblica e presenta per la prima volta al pubblico italiano con il titolo Favole a colori, affiancando ciascuna alla rispettiva favola di La Fontaine in una nuova, sorprendentemente brillante traduzione in versi di Maria Vidale, che dell’originale riproduce non solo il ritmo ma anche buona parte della verve ironica. «Si tratta di un tentativo e di una scommessa. A un certo punto ci eravamo accorti che l’unica traduzione ancora corrente, in quasi tutte le edizioni attualmente in commercio, era quella di Emilio De Marchi, che risale al 1867, e, con tutti i suoi meriti, è figlia dell’epoca. Ma d’altra parte, un La Fontaine non in versi sarebbe un po’ come uno Chagall senza colori », spiega Carmine Donzelli. È comprensibilmente soddisfatto. E a ragione, perché il risultato è effettivamente un gioiellino. Non necessariamente per bambini, come non lo erano le favole di la Fontaine, né le illustrazioni di Chagall.