Recensione
Francesca Lazzarato, Il Manifesto, 08/12/2009

Per la volpe e l'uva i colori di Marc Chagall

«Se mi si chiede: "Perché Chagall?" , rispondo: "Proprio perché la sua estetica mi sembra vicinissima e pefino imparentata con quella di La Fontaine, insieme densa e sottile, realista e fantastica». Così Ambroise Vollard, grande mercante d'arte ma anche bibliofilo ed editore, rispondeva a chi gli domandava ragione dell'incarico da lui affidato a Marc Chagall: illustrare un monumento della letteratura francese come Les Fables di Jean de la Fontaine, tre volumi di favole in versi scritti fra il 1668 e il 1694 e dedicati al Delfino, a Madame de Montespan e al Duca di Borgogna. Una decisione audace, quella di Vollard, che provocò polemiche a non finire per la dichiarata intenzione di rompere con una tradizione iconografica i cui esponenti più noti erano Doré e il feroce Grandville, che aveva esaltato il lato satirico di La Fontaine. Forse per questo i disegni preparatori del '26 e le cento acqueforti che l'artista realizzò tra il '27 e il '30, colorandone sessantacinque ad acquarello, andarono in parte dispersi e vennero utilizzati assai tardi: il libro uscì solo nel '52, per l'editore Teriade. E oggi, grazie a un volume di commovente bellezza tradotto con perizia da Maria Vidali, anche i lettori italiani possono ammirare quei gouaches prodigiosi che reinventano le favole di La Fontaine (Favole a colori, Donzelli, pp.184, euro 21), dando loro nuova vita e trasformandole in un bestiario fantastico, quasi a tentare un connubio impossibile tra il meraviglioso della fiaba e l'acre sapore della favola, che ci ha proposto per secoli un mondo popolato da animali e oggetti parlanti destinati a rappresentare vizi e virtù del tutto umani. Se la favola è conclusa da una morale spesso più amara che edificante, a volte sinistramente sarcastica (così la usarono, tra gli altri, Ambrose Bierce e Carlo Emilio Gadda), le immagini di Chagall le regalano un'atmosfera straniata e sognante, la rinnovano senza snaturarla, ne fanno una fulgida visione capace di rimandare più al Panchatantra che a Esopo. Non per nulla si racconta che, mentre lavorava a questo ciclo di illustrazioni, il pittore si facesse leggere le Favole ad alta voce dalla moglie Bella e le chiedesse ogni volta di fermarsi prima dell'ammonimento finale, dicendo: «No, non è roba per me».