Recensione
Maria Serena Palieri, L'Unità, 07/09/2008

«L’Italia? Non è più un dolce approdo»

In Italia, oggi, è in corso un genocidio culturale». Chi si prende l’autorità di dirlo? Una donna trentaquattrenne, romana, anzi, come ci si distingue tra autoctoni della Capitale, romana della zona Nord, cresciuta tra la Balduina e Primavalle, tifosa di rito giallorosso, amante della pizza e più tiepida per gli spaghetti. Convinta che valga la pena di essere italiana solo per condividere la nazionalità con il Calvino delle Lezioni americane. Forse avrebbe dovuto usare l’espressione «suicidio culturale», anziché genocidio, Igiaba Scego. Perché quello che vede morire, spiega, èla nostra italiana capacità di accogliere. Cita Franco Fortini, e i suoi «ospiti ingrati», mentre parla del potere che le leggi hanno di creare paura e xenofobia. Igiaba Scego è a Mantova per presentare Oltre Babilonia, un romanzo dolente, scatenato e ironico, sui migranti in Italia, in questi giorni in libreria per Donzelli («Le Mele», pp. 459, euro 17,50).Laurea in Letteratura spagnola con tesi sulla presenza dell’arabo nella narrativa castigliana, dal Çid a Don Chisciotte, dottorato in pedagogia, di professione - da precaria - mediatrice culturale nelle scuole, collabora con il Manifesto, Internazionale, Lo Straniero, Nigrizia e ha già pubblicato con Sinnos un libro per ragazzi, La nomade che amava Hitchcock, e un romanzo, Rhoda. La nomade cinefila del titolo è sua madre Kadija. Il cognome che lei porta, Scego, grazie a suo padre è importante nella vicenda politica della Somalia del secondo Novecento. Igiaba - figlia di quello che, con peculiare umorismo, definisce un matrimonio «misto» - può raccontarci una storia familiare e personale non solo molto interessante daascoltare. Ma che le dà una lucidità particolare nel giudicare come eravamo, noi italiani suoi connazionali, e come siamo.Dove la radiografia impietosa della Roma adrenalinica di oggi convive con omaggi a Ilaria Alpi così come allo «Schindler di Buenos Aires», Enrico Calamai, il console che negli anni Settanta salvò decine di perseguitati dal regime di Videla. Lei è la più piccola dei dodici figli - oggi dieci viventi - di Ali Omar e Kadija Scego. È nata nel 1974 a Roma, ma i suoi genitori in Italia erano arrivati da poco. Ci racconta la loro storia? «Mio padre è nato nel 1924 ed era un cittadino, di Brava, città di abitanti stanziali a sud della Somalia, dove si parla il “bravano”, una lingua simile allo swahili. Mia madre era una nomade, vissuta fino a dieci anni circa allevando pecore e cavalli, di luogo di nascita incerto e data anche, tra il 1938 e il 1940. Perciò definisco il loro un matrimonio “misto”. Il mio nonno paterno era uno degli interpreti di Rodolfo Graziani, motivo per cui ho ascoltato da mio padre molte storie, su quell’uomo che “era terribile, sì, ma a me bambino regalava le caramelle”. Mio padre ha studiato fin dove il fascismo lo concedeva ai colonizzati, poi, dall’adolescenza, ha frequentato le scuole coraniche. Nel 1960, con l’indipendenza, èd iventato governatore della Migiurtinia, ambasciatore in Belgio, ministro della pianificazione estera. Mia madre Kadija, invece è una lettrice e una spettatrice di film insaziabile. Ma, da erede di una tradizione orale, ha una resistenza eccezionale nei confronti della scrittura». A lei, scrittrice, questo che effetto fa? «Da bambina disagio e rabbia. Ora ho capito: il somalo è diventato una lingua scritta solo nel 1973, dopo un lungo dibattito sui caratteri da adottare, latini, arabi, osmani. Hann ovinto i latini. Permia madre non scrivere - nulla, neppure una lista della spesa - significa mantenere dentro di sé un legame con la sua infanzia nomade. Era un mondo duro, faticoso, lei è ancora vittima dei suoi nemici del deserto, le iene, se le vede in tv a Quark urla. Ma ha nostalgia di ciò che li rendeva “nomadi”, l’aggregazione particolare che li legava nel deserto». Lei è nata “dopo la caduta”. Cioè il loro arrivo in Italia non più da potenti, ma da profughi. Perché lasciarono la Somalia? «Già prima del golpe di Siad Barre un mio zio, fondatore come mio padre della Lega per l’indipendenza, era morto pugnalato. Nel ‘70, a golpe avvenuto, miopadre sentì di essere troppo stanco per tornare a lottare. Abbandonarono tutto, denaro e case. Qui diventarono commercianti: il somalo, quando non sa cos’altro fare, commercia. Sbagliarono momento, perché erano gli anni di piombo. Sbagliarono quartiere: è stato molto meglio dopo, nella popolare Primavalle. Nella borghese Balduina ero l’unica nera, alle elementari mi chiamavano Kunta Kinte, come lo schiavo ribelle di Radici, lo sceneggiato di culto in quel momento. Mi ha salvato la mia maestra. Che mi ha aperto un armadio magico, pieno di libri. Penso a lei, oggi che vedo distruggere la scuola pubblica ». Oltre Babilonia è un romanzo che intreccia le vicende di alcuni somali fuggiti dalla dittatura di Siad Barre, e poi dalla guerra civile, con quelle di alcuni profughi arrivati a Roma dall’Argentina dei generali. Cosa l’ha spinta a scriverlo? «Il dolore per la guerra. Nel 1991 mia madre andò in Somalia. Scoppiata la guerra civile, decise di portare in Italia sua sorella. Scomparve e per due anni non avemmo sue notizie. Io non vado in Somalia dal 1986. Se penso all’11 settembre, alle Torri cadute e alla gente che vagava senza sapere più come orientarsi, penso che aMogadiscio succede questo moltiplicato per dieci. È una guerra alimentata dal traffico di armi e di rifiuti tossici. E la tragedia è che oggi non si sa più chi siano i buonie chi i cattivi. Forse di cattivi non ce ne sono neppure, solo che al mercato puoi comprare più facilmente un kalashnikov che una scatola di aspirine. Noi possiamo mandare soldi, però non a tutti, né possiamo dare loro una speranza.Ma c’era un altro dolore che volevo esplorare, ed è così che hanno fatto il loro ingresso gli argentini ». Quale pena? «Cosa succede a chi è vittima di violenza fisica, di stupro o di tortura? Così ho cominciato a documentarmi sulla vicenda dei desaparecidos». Mar, Mejid, Elias Hayat: alcuni suoi personaggi hanno identità sessuali fluttuanti, un po’ donne un po’ uomini. Perché? «È un gioco. C’è qualcosa che vive dentro di noi che dobbiamo nascondere? Quell’altro sesso che ciascuno di noi coltiva? Io mi sento italiana perché l’Italia è stata da sempre il paese delle identità molteplici, la penisola in cui tutti approdavano. Ed è questo tesoro che, oggi, l’Italia sta gettando via».