Recensione
Pier Maria Mazzola, Nigrizia, 02/02/2009

Intervista a Igiaba Scego

Igiaba, qual è la genesi del tuo romanzo, così ricco di personaggi e di fili che s’intrecciano?

Sono partita da una tesi: che cosa succede al corpo delle donne quando una violenza attraversa il loro corpo? E sono tante le violenze in questo libro: uno stupro, quello che subisce Zuhra; ma anche la guerra civile somala; e la violenza dei militari nell’Argentina dei desaparecidos... Ma volevo occuparmi del post-violenza: che cosa rimane dei corpi? È possibile pensare, dopo traumi così terribili, a un domani? Ebbene, io vedo che il futuro lo cercano, non si arrendono... C’è molta rabbia in loro, ma anche l’orgoglio di poterne uscire.

Oltre alle persone, le tue protagoniste anche delle città: Roma, Mogadiscio e poi Buenos Aires, Tunisi...

Per me sono grandi città del Sud del mondo, compresa Roma! Roma è una città-mondo, lo contiene tutto. Nella mia borgata c’è dal fruttarolo egiziano ai bengalesi che vendono la carne, dai cinesi che aprono negozi agli italiani che vendono il pane come si faceva una volta – e poi vedi che sono giovanissimi: hanno ripreso antiche tradizioni. Tutto si mescola, ed è anche questo che ho voluto tirare fuori nella Roma di Oltre Babilonia. Mogadiscio ha poi per me un significato speciale, è una città che non c’è più; dopo diciotto anni di guerra non è più la Mogadiscio di prima. Ho cercato di “ricostruirla”, parlando di suoi momenti felici, come la proclamazione dell’indipendenza.

Qualcuno ha detto che in questo libro c’è un eccesso di femminilità...

Volevo sviscerare la femminilità che è in me, ma anche in altre donne. A volte anche essendo donne ci si dimentica di ciò che è più importante nell’essere tale: la sorellanza. Anche la figura maschile del libro, però, è interessante, è comunque una figura-ponte: un ponte sulla storia, sulla memoria (e per me scrittrice anche la figura-ponte verso il prossimo romanzo!).

Una parola sulla copertina: questa scarpa che richiama quella di cui si parla verso la fine del libro: «Sabot décolleté... in morbida finta pelle...».

È nata dalle idee che abbiamo messo in comune l’editore ed io. Non volevamo la solita copertina che si trova spesso nei libri che parlano di immigrazione (con quelle facce dolenti...). La scarpa non è solo quella citata, ma quella che potrebbero usare le donne metropolitane che sono le protagoniste del romanzo. E la scarpa è anche... emblema del movimento!