Recensione
Alessandro Portelli, Il Manifesto, 02/10/2008

Una città-mondo in "Oltre Babilonia" di Igiaba Scego

In un libro di qualche anno fa, Franco Moretti aveva introdotto la categoria di “opere mondo”: libri abbondanti, dalla struttura complessa e magari resa anche un po’ incerta proprio dall’ambizione di mettere il mondo intero dentro le pagine di un libro. Ci ho pensato (fatte le debite proporzioni) leggendo Oltre Babilonia di Igiaba Scego (donzelli, 2008, 454 pp., E. 17,50). E’ un vasto romanzo intensamente politico e intensamente carnale, che, facendo perno su Roma e passando per Tunisi, si affonda dentro la Somalia colonizzata, liberata, distrutta, e dentro l’Argentina desaparecida ed esiliata, intrecciando storie - quattro madri e figlie e il controcanto di un padre introvabile – in una forma geometrica e variopinta come quelle stoffe africane che il padre, appunto, disegna e dipinge e regala nei tempi di un incessante errare. La frase Oltre Babilonia, spiega una delle voci narranti, si ispira a Bob Marley, all’immagine biblica di un estremo del degrado e della sofferenza, e dalla speranza di riuscire ad attraversarlo e uscirne vive – come in fondo riescono a fare le sue protagoniste. Ma in un romanzo del genere non può non evocare anche l’immagine della Babele multilingue all’origine di tutte le diaspore e di tutti gli esili. Dopo tutto, una metà delle storie si incrociano a Tunisi dentro una scuola di arabo (anzi, di arabi: l’arabo classico e l’arabo tunisino) frequentata da gente di tutti i continenti. Lo spagnolo ricordato e rimpianto, il somalo perduto, ritrovato, perduto di nuovo (e l’inglese, il francese, il portoghese citati dai libri, dai film e dalle canzoni) si impastano dentro un italiano ibridato, sporcato in mille maniere, intriso di tutti i sapori del nostro tempo. I racconti della “Reaparicida” argentina e del “padre” somalo assente sono fatti davanti al registratore, per passare memorie e sentimenti a figli lontani nelle emozioni, o nello spazio e nel tempo, e hanno i tempi, le digressioni, gli andirivieni dell’oralità – ma non in omaggio a un esotismo africano o latinoamericano quanto come forma di autoanalisi, di dialogo, di esplorazione attraverso la parola, attraverso un dialogo con se stessi e un dialogo con gli altri che può cominciare solo in assenza. Ma in tutto questo plurilinguismo Igiaba Scego, afroitaliana di seconda generazione, viene fuori come una voce intrinsecamente romana: più il libro si spande in un’inclusività globale, più si fa intenso il suo sapore metropolitano locale. Le voci narranti e dialoganti della “Nus-Nus”, della “Negropolitana”, hanno il ritmo, il lessico e il gusto della lingua di strada che parlano le generazioni contemporanee oggi a Roma, con gli echi musicali e televisivi e con il sarcasmo, l’ironia, i barocchismi, l’autodenigrazione difensiva di cui da sempre è fatta la lingua di questa città. Oltre Babilonia, insomma, prova a mettere il mondo intero (o almeno tre continenti) dentro un solo libro, ma anche dentro una sola città, una città-mondo. C’è una canzone recente di Steve Earle, su New York, che dice: “vivo in una città di immigranti, non ho bisogno di viaggiare”. La Roma di questo romanzo va oltre. È una città di immigranti (e di esuli), e questi immigranti viaggiano incessantemente, e per capirne di più dobbiamo viaggiare con loro. Su questa città di immigranti convergono due delle grandi ferite, reali e simboliche, della storia contemporanea, che in un certo senso riassumono in sé tutto il male del tempo: la Somalia, resa nella sua vivida quotidianità attraverso il colonialismo italiano, l’euforia breve dell’indipendenza, la beffa dell’”amministrazione fiduciaria” italiana, il neocolonialismo, la dittatura “comunista” e poi solo personale di Siad Barre coi suoi amici italiani, le guerre civili che della bella Mogadiscio fanno un campo di battaglia e un luogo di morte; e la Buenos Aires fascista dei generali, dell’ESMA, dei torturati, degli scomparsi, degli esiliati. Ma queste ferite universali sono anche metafora, e causa, e parte, di ferite personali. Dopo tutto, sia la guerra sia la tortura si infliggono in primo luogo sui corpi; e sul corpo, soprattutto come violenza sessuale, si infliggono le ferite che separano i protagonisti di questo romanzo e ne impongono la forma di monologhi e di storie separate che – un po’ come in Amatissima di Toni Morrison – solo alla fine si schiudono nella speranza di potersi mettere una vicina all’altra (non è questa la sola eco morrisoniana: penso anche, in questo romanzo di donne, alla figura della paternità come assenza, ancora come in Amatissima; la scomparsa dei colori dopo la violenza subita dalla “Nus-Nus”, e la perdita del senso e della voglia di vivere della Flaca torturata in Argentina). I due livelli, quello della grande storia e quello delle storie personali, sono come saldati dall’episodio centrale del doppio stupro, su una donna e su un uomo, compiuto dai colonialisti in Somalia. Che questi soldati fossero italiani, poi, apre su tutta un’altra storia nostra che non abbiamo voluto raccontare e che libri come questo, o come Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi, con gentilezza implacabile, ci impongono di ascoltare.