Recensione
Mario Baudino, La Stampa, 26/11/2009

Una Spoon River nel Quarto Stato

L’uomo che cammina fissando l’osservatore, come se stesse per uscire dalla grande tela, fu dipinto sulla base di due modelli: il muratore Giovanni Zarri e il farmacista Giovanni Gatti, buon amico dell’autore. Sono personaggi reali, come tutti gli altri proletari che marciano nel Quarto Stato, il capolavoro di Pellizza da Volpedo, che per realizzare l’opera mise tutto il paese natale in posa (a tre lire la giornata), lavorando dieci anni. Anche la donna col bambino in braccio, che anzi potrebbe essere la chiave di tutto, è una figura strettamente famigliare: si tratta infatti di Teresa Bidone, la sposa bambina, morta di parto nel 1907 insieme al figlio.

Ora è lì come un fantasma, come una lancinante nostalgia. Il pittore non riuscì a sopravvivere alla tragedia. Si uccise, impiccandosi col fil di ferro nel suo studio, un mese dopo, il 14 giugno. Quella che doveva essere - e fu - l’immagine simbolica più importante del socialismo italiano e del partito socialista, una grande metafora del futuro, una canto o una narrazione di speranze e di vittoria è stata anche una Spoon River, un’apoteosi di spettri e di dolore. Anche, e forse soprattutto, scrive Massimo Onofri in un libro che esce in questi giorni per Donzelli: Il suicidio del socialismo, sottotitolo Inchiesta su Pellizza da Volpedo. Onofri è un critico letterario, con un occhio attento alla società, oltre che all’arte. In questa ricerca prende in considerazione non solo quanto è stato scritto su Pellizza, ovviamente una grande mole di saggi, ma anche quel che l’artista stesso scrisse nei suoi diari e nelle lettere.

Nel Quarto Stato convivono un grande sogno di solidarietà, aperto sul mondo, e una disperata ossessione famigliare, che ne rappresenta esattamente l’opposto. Pellizza dipinge il popolo che si presenta sulla scena a chiedere ciò che gli è dovuto, ma insieme dipinge instancabilmente la famiglia e il paese, da cui non riesce a staccarsi nemmeno per un minuto. E a volte sapendolo, a volte no, narra destini di infelicità e sconfitta. Ne conosciamo molti: per esempio il falegname Giacomo Bidone (al fianco di Zarri/Gatti), che emigrò in America, senza dar più notizie di sé. La donna in seconda fila (prima a sinistra) è Maria Albina Bidone, sorella di Teresa, morta di tisi nel 1907 dopo aver anche lei perduto il figlio maschio appena partorito. Il marito Giovanni Ferrari (accanto in seconda fila) finì suicida nel ’32. Sopra di lui, in terza fila (si vede solo la testa), c’è Carlo Maria Leoncini, calzolaio e portalettere: anch’egli lasciò il paese, emigrando a Torino nel ’14. Per i cent’anni della realizzazione del quadro i discendenti si son riuniti a Volpedo, e ciò ha permesso di scoprire anche qualche storia a lieto fine, com’è ovvio. Ma se aggiungiamo che nei suoi studi Pellizza dipingeva ossessivamente teste di neonati, pensando al figlio che desiderava e non avrebbe poi avuto, la claustrofobia suicida di quel grande movimento di massa diventa qualcosa di più d’un’ombra. Quasi un presagio, come se quelle speranze fossero nate già morte.

Il Quarto Stato ebbe grande fortuna. Venne acquistato nel 1920, con una pubblica sottoscrizione, dal Comune di Milano, e affidato all’Accademia di Brera, dov’è tuttora. Dopo l’ovvio oscuramento del ventennio fascista è tornato a rappresentare una delle immagini più popolari. Ad esso si richiamò Bernardo Bertolucci per il film Novecento; ha ispirato parecchie pubblicità, ha subito metamorfosi anche sorprendenti come nel caso della copertina Mondadori per il romanzo Magia rossa del cantautore «movimentista» Gianfranco Manfredi, dove gli stessi personaggi di Pellizza compaiono sotto forma di zombi. Tiziano Sclavi su un suo album a fumetti (Tutti gli incubi di Dylan Dog), «fa marciare il suo eroe alla testa di un corteo di revenants e di orride creature - scrive Onofri - ancora una volta esemplato sul grande modello del quadro di Pellizza». E Vito Gamberale (lo ha raccontato sulla Stampa la figlia Chiara), all’epoca della sua ingiusta detenzione come imputato poi assolto di Tangentopoli, cominciò a sognare che i personaggi uscivano dal dipinto e lo assalivano. Ora è ben vero che le profezie e i vaticini sono spesso irrilevanti, a meno che, magari per un caso, non finiscano per avverarsi. Ma è indubbio che, a guardarla ora, la Spoon River a futura memoria di Pellizza da Volpedo sembra aver dispiegato tutto il suo senso nascosto con una straordinaria precisione.