Recensione
Elisabetta Bolondi, Sololibri.net, 04/10/2008

Una somala italiana

Igiaba Scego è una scrittrice di origine somala, da molti anni in Italia ed ormai italiana è la sua lingua, l’unico modo che ha di esprimere la ricchissima esperienza che le viene da diverse culture. Questo lungo, articolato e complesso romanzo ne è un’evidente testimonianza.

Nel libro, si alternano le storie di due ragazze nere, Zuhra e Mar, che vivono a Roma e ne parlano il dialetto, e delle loro madri, Miranda, poetessa argentina sfuggita alla dittatura dei militari, e Maryam, fuggita dalla Somalia durante il regime sanguinario di Siad Barre. In mezzo a loro, la figura mitica di Elias, forse padre di ambedue le ragazze. Il racconto procede per capitoli giustapposti, in un continuo alternarsi di presente e passato, di voci narranti, di diversi punti di vista, di nazioni lontane tra loro, ma accomunate dal tragico destino di cui sono stati vittime tanti popoli nella complicata storia del 900: storie di torture, di violenze inaudite, di stupri, di uccisioni indiscriminate, di esili, di morte che hanno visto Somalia e Argentina vivere tragedie analoghe. Ma insieme a pagine terribili in cui si rivivono orrori indescrivibili, c’è nel libro una voglia potente di vita, di felicità, di amore, di giustizia di cui sono impregnate le giovani donne protagoniste.

La continuità storica tra il passato coloniale italiano e la condizione attuale delle giovani italiane di origine africana è uno dei punti centrali del libro, forse lo spunto più interessante e coinvolgente: Zuhra non vede più i colori di Roma dopo che il bidello Aldo l’ha stuprata nel collegio dove ha passato l’infanzia. Il rapporto con la sessualità, la fisicità, il cibo, sono tutti inficiati dal razzismo a cui le ragazze sono state sottoposte sin dalla loro infanzia: per i romani meno evoluti la sintesi "italiana-negra" non riesce ancora a funzionare, ci spiega Igiaba in molti episodi del romanzo, capaci di porci di fronte un’ immagine di popolo tollerante e buono che molti episodi della cronaca recente smentiscono vigorosamente.

Interessante dal punto di vista formale la riflessione sull’uso della lingua da parte di una scrittrice che si sente somala pur non conoscendo la sua lingua e sceglie l’italiano come lingua letteraria.