Recensione
Gerard Donovan, Sololibri.net, 11/12/2008

Julius il solitario

Alcune caratteristiche tipiche della migliore letteratura nordamericana si ritrovano concentrate ed espresse in una straordinaria forma narrativa nel lungo racconto appena tradotto e pubblicato dalla casa editrice Donzelli.

Siamo nel gelido Maine, al confine con il Canada, in una baracca isolata dal mondo civile, dove vive, circondato da migliaia di libri che rivestono le pareti di legno per trattenere un po’ di calore, l’insolito protagonista della storia: Julius, un uomo senza età, che vive appartato con i suoi libri, i ricordi di una madre mai conosciuta, un padre con cui dall’infanzia ha condiviso la stravagante vita nei boschi, un nonno che aveva combattuto nella trincea durante la prima guerra mondiale, ma soprattutto con i libri e il cane Hobbes, i suoi due unici veri amori. Il cane viene barbaramente ucciso con un colpo di fucile ravvicinato e questo evento scatenerà la lucida follia omicida in un uomo che da tempo la teneva celata in un punto oscuro della sua anima. Julius il solitario, mentre ripete ossessivamente le parole desunte dai testi di Shakespeare che suo padre gli ha lasciato come una pesante eredità spirituale, mentre pulisce il fucile da caccia ereditato dal nonno, mentre rivive l’unica esperienza amorosa della sua vita, quella con Claire, che lo ha abbandonato per il poliziotto Troy, sta elaborando una vendetta, esemplata sui grandi drammi shakespeariani, con cui il lettore dovrà confrontarsi fino all’ultima pagina di un libro che alterna due diversi registri linguistici: quello del thriller di stampo quasi hitchcockiano, con le fughe, la suspence portata al parossismo, l’apparente normalità dietro cui è in agguato la follia, e quello del racconto dell’uomo immerso nella natura selvaggia contro cui si trova a combattere o a soccombere: penso alla caccia alla balena di Melville, alla vita nei boschi di Thoreau, a certe atmosfere di Hemingway e in tempi più recenti di Cormac McCarthy.

Un libro che si legge con avidità, soprattutto per l’efficacissima traduzione che rende in modo palpabile l’angoscia del protagonista, isolato nella sua latente pazzia da elenchi di parole che sembrano essere l’unico argine alla deriva che lo porterà nelle ultime pagine del libro ad una fine annunciata: parole della natura, della letteratura, della caccia, elenchi freddi come sono freddi i libri che, dopo la morte del suo fedele Hobbes, non saranno più in grado di parlargli.

Elisabetta Bolondi