Recensione
Simonetta Fiori, La Repubblica, 24/09/2009

Alle radici dei MALI ITALIANI

Non è casuale la scelta di un titolo gobettiano - Autobiografia di una Repubblica - per spiegare storicamente come ci siamo ridotti allo stato presente: senza autoassoluzioni né eccesso di indulgenza per la propria parte politica (Donzelli, pagg. 241, euro16,50). Un percorso impervio, quello scelto da Guido Crainz in questo nuovo saggio - sottotitolo Le radici dell' Italia attuale - , nato da un disagio intellettuale e da una difficoltà interpretativa. «Cos' è una patria», si domanda l' autore con le parole di Luigi Meneghello, «se non è un ambiente culturale, cioè conoscere e capire le cose?». Da tempo in Italia questo esercizioè difficile, quasi impossibile. Eppure le domande incalzano. Ma cosa siamo diventati, perché è accaduto? Quando gli italiani hanno cominciato a cambiare? Quando è cominciato il processo degenerativo che ha prodotto «la volgarità di un populismo senza regole», la videocrazia imperante, il degrado dell' etica pubblica, la perdita di pudore, una diffusa «corruzione inconsapevole», tutti fenomeni che suscitano indignazione più nelle altre democrazie, meno nella nostra? L' ipotesi suggerita dallo storico è che l' Italia di oggi sia anche «il racconto del suo passato». Il berlusconismo gli appare l' esito difficilmente erodibile di una lunga storia italiana di degenerazione morale, mutamento antropologico, involuzione dei partiti. Un «approdo non effimero», piuttosto che una «fase di transizione». Lo sbocco quasi naturale di una modernizzazione distorta. Il berlusconismo siamo noi, sembra dire l' autore, riprendendo il celebre paradigma di Gobetti secondo il quale il fascismo era «autobiografia di una nazione». Ma proprio perché dà voce a comportamenti, inclinazioni, patologie che partono da lontano - e che negli anni Ottanta non trovano più anticorpi - l' attuale evo chiama in causa pesantemente un certo «modo di essere italiani», che non è stato l' unico ma attraversa costantemente la storia repubblicana. E chiama in causa anche l' incapacità della sinistra di suggerire modelli alternativi e una resistenza di tipo culturale, una catena di appuntamenti mancati che lo studioso elenca senza sconti né concessioni. La storia d' Italia, dal dopoguerra a oggi, viene ritratta da Crainz come una successione di rimozioni collettive, di «esami di coscienza» accuratamente evitati. Lo si evitò all' indomani della guerra, quando la nazione fu incapace di fare i conti con il fascismo e con se stessa («Una dittatura in sfacelo», apparve a Guido De Ruggiero, «più che una democrazia in divenire»): un paese per larga parte assopito in un rassicurante "apotismo", incurante di quelle «assuefazioni all' obbedienza e alla sopraffazione» che furono il portato del ventennio nero. L' esame di coscienza fu evitato anche vent' anni più tardi, quando con il benessere arrivarono le «grandi abbuffate», le «regole calpestate», i «rapporti imbarbariti», tendenze proseguite anche sotto «le brucianti tensioni» degli anni Settanta. La società italiana inclinò ad autoassoluzione anche nei giorni di Tangentopoli, addossando ogni responsabilità al ceto politico ed evitando accuratamente la confessione dei propri vizi, antichi e meno antichi. Un «paese che continua a pensarsi come vittima», sintetizza Crainz, tenace nel rimuovere le proprie complicità con i dissipatori della cosa pubblica. Intanto il decennio degli Ottanta aveva neutralizzato quegli anticorpi che pure l' Italia era stata capace di produrre nella sua vita precedente, il patrimonio etico della Resistenza come gli anonimi "eroi borghesi" destinati a morire nel "paese da bere", negli "anni rampanti dei miti sorridenti", come recita una popolare canzone di Raf. È qui che, secondo lo studioso, comincia lo sperdimento definitivo, lo smarrimento di un paese che si consegnerà impotente al videocrate Berlusconi. Il craxismo - in questa ricostruzione - è la sineddoche non tra le più nobili di quel decennio: e se il giudizio degli storici può apparire troppo aspro - ammonisce Crainz - si vadano a recuperare le cronache giudiziarie degli anni Novanta e i profili di molti protagonisti («È difficile vedere in essi i pensosi eredi di Turati e del riformismo lombardo»). L' anomala modernizzazione italiana - è la tesi di Crainz - non ha conosciuto nel tempo né correzioni né regole. E perfino il Sessantotto, che pure ebbe il merito di scuotere modelli arcaici, nella «grande trasformazione» non si preoccupò minimamente di trovare delle regole. Anzi le regole all' epoca facevano orrore. In questa cavalcata nella storia patria - secondo una felice tecnica sperimentata da Crainz in molti saggi precedenti, da Storia del miracolo italiano a Il paese mancato, da Il dolore e l' esilio a L' ombra della guerra - ci guidano giornalisti e scrittori, poeti e cantautori, registi e autori di satira. Può sorprendere una vignetta di Alfredo Chiappori che nel 1986 fa dire al presidente della Repubblica Cossiga «La soluzione ideale sarebbe un monocolore socialista con l' appoggio esterno di Berlusconi»: scenario surreale, all' epoca, ma il riferimento era al sodalizio tra l' imprenditore televisivo e il suo padrino politico. Nel crescente smarrimento del ceto colto, nell' invecchiare di categorie interpretative legate a un mondo superato, tra gli intellettuali qualcuno ebbe l' occhio più lungo nell' anticipare l' evo contemporaneo: prima il Pasolini della mutazione antropologica, più tardi Italo Calvino che intona l' Apologo dell' onesto nel paese dei corrotti, ed anche Eugenio Scalfari che sul finire degli anni Ottanta - annota lo storico - ravvede nel fenomeno di Celentano predicatore televisivo «il fascino ipnotico del piccolo schermo» coniugato con «una massa inerme di italiani, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna». «Qualcuno prima o poi perfezionerà l' esperienza», concludeva Scalfari, «la volgerà a un fine miratoe politico». Era il dicembre del 1987, il "perfezionatore" arriverà di lì a poco. Può colpire come una vasta area d' opinione, la stessa che nei primi anni Novanta s' interroga con lucidità e spietatezza sulla deriva italiana, oggi abbia cessato di farlo. Le pagine di Crainz rievocano il dibattito intellettuale scaturito dalle macerie di Tangentopoli, "l' ansia interpretativa," il bisogno di scavare più a fondo che affiora sulle prime pagine dei quotidiani, «domande radicali che rapidamente rifluiranno nel successivo decennio». Scorrono le radiografie impietose ad opera di Ernesto Galli della Loggia, Sergio Romano, Angelo Panebianco su quell' Italia squassata che nel 1994 assisterà incredula alla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Nel padrone televisivo, questi editorialisti riscontrano «il sapore finto della plastica», l' estraneità alla politica, le idee ridotte a «luoghi comuni semplificati», le complicità «con il vecchio regime», il falso liberalismo di chi «costringe i suoi dipendenti a trasformarsi in galoppini elettorali». Un allarme che inspiegabilmente rientrerà nel tempo, lasciando un vuoto nel dibattito pubblico, ma anche in campo storiografico. Forse che l' Italia di oggi, sembra domandarsi Crainz, sia migliore di quella di allora? O è prevalsa l' assuefazione, l' abitudine? Eppure quel bisogno di comprendere sembra ora perfino più urgente di quindici anni fa. Da lì, insomma, bisogna ripartire. Da quelle domande su un paese perduto che ancora non hanno ricevuto risposta.