Recensione
di Giovanni De Luna, La Stampa, 12/11/2005

Dylan, sei minuti che fermarono il mondo

Le canzoni che raccontano la storia? Facile, tutte quelle che mettono in musica gli eventi del passato (Stalingrado degli Stormy Six, tanto per fare un esempio). Le canzoni che ci aiutano a conoscere la storia, che possiamo usare come documenti storici? Facile anche questo: tutte quelle (da Casetta in Canadà a Azzurro) che ci restituiscono lo spirito della loro epoca. E le canzoni che fanno la storia? Questo è più difficile. Non sono molte, infatti, quelle che sono riuscite a costruire identità e appartenenze, a determinare scelte e comportamenti collettivi, ad essere insomma ricordate come «agenti di storia». Ora un libro anomalo e affascinante ce ne consegna finalmente una, l'incredibile, perfetta, unica Like a Rolling Stone di Bob Dylan, ripercorrendone l'itinerario musicale, le sue varie edizioni (citando in particolare quella degli Articolo 31 del 1998), ma investigando anche sulla sua ricezione, sull'impatto che ebbe sul pubblico, sulla sua capacità di «cambiare il tempo». I sei minuti e sei secondi della canzone risuonarono per la prima volta a New York, il 16 giugno 1965, un anno prodigioso in cui i Beatles (Eight Days a Week, Yesterday), i Rolling Stones ((I Can’t Get No) Satisfaction), e lo stesso Bob Dylan si superavano a vicenda mese dopo mese, in cui «nessuno ascoltava la musica alla radio come se facesse parte di una realtà separata», in cui «ogni nuovo successo sembrava pieno di novità, come se la sua meta non fosse soltanto la vetta delle classifiche, ma fermare il mondo nei suoi solchi e poi rimetterlo in moto». Come scrisse il compositore Michael Pisaro nel 2004, «quell'epoca sembra essere stata l'ultimo momento nella storia americana in cui il paese avrebbe potuto cambiare, fondamentalmente, in meglio». C'erano 27 mila soldati americani in Vietnam nel marzo 1965: alla fine dell'anno sarebbero diventati 170 mila. A Selma (Alabama), in gennaio la polizia fu particolarmente dura contro le marce per il diritto di voto; la questione razziale esplose con fragore, alimentando le rivolte dei ghetti neri culminate nell'eccidio di Watts, un sobborgo di Los Angels, in cui l'intervento della polizia provocò 34 morti. Nei confronti di questo tumultuoso affiorare di una nuova America, segnata da quella struggente speranza di cambiamento che accese il grande falò del movimento dei diritti civili, la canzone di Bob Dylan si presenta oggi come una sorta di contatore Geiger che sviluppa una volontà tutta sua, «oscillando tra il tentativo di registrare il terremoto che sta per arrivare e il tentativo di farlo accadere. Questo è il punto in cui la canzone rivendica l'eternità». Like a Rolling Stone fu un testo, fu una musica, un sound in cui Bob Dylan riuscì ad appropriarsi di un sincretismo di linguaggi musicali, «legando Robert Johnson al rap, Woody Guthrie al punk» (come scrive Andrea Mecacci nell'efficace postfazione). Ma quella canzone fu soprattutto la voce di Bob Dylan, il cui suono, secondo le parole del critico Robert Ray, «ha cambiato molto più le idee politiche delle persone sul mondo di quanto abbia fatto il suo messaggio politico». Poco importa quello che è successo, dopo, nella vita del cantante; poco importa se quest' estate, davanti al ranch di Bush, a protestare contro la guerra in Iraq c'era ancora e sempre Joan Baez e lui non c'era. Quella canzone resta e ci inchioda tutti a quei versi che allora risuonarono profetici, oggi le stimmate di un'attualità velata di irresistibile mestizia: «...How does it feel?... No direction home/Like a complete unknown/Like a rolling stone».