Recensione
di Jacopo Iacoboni, La Stampa, 05/10/2005

Camilleri scrive la parodia del «diavolo» D’Alema

Camilleri fa la parodia del diavolo-D'Alema, «capo supremo di tutti i diavoli della terra», «un bruco coi baffetti che pilotava 'na varca sia pure fatta di foglie. Ma le varche erano la sò passione, non sapeva arrisistiri a mettersi a fare lo skipper». Accade nel nuovo racconto dello scrittore siciliano intitolato Il diavolo che tentò se stesso e pubblicato dall'editore Carmine Donzelli, che è anche editore del presidente dei Ds. Il racconto tratta in forma ironica della querelle sulla fecondazione assistita. Sarà proprio D'Alema, che si dice «divertito», a presentarlo venerdì sera a Roma in un incontro-duello con Camilleri. Un capo-diavolo coi baffetti, che va in barca, bolina e orza, che ci vuole a capire chi è? «Con uno scanto grannissimo - scrive Andrea Camilleri - uno scanto che m’apparalizzò, l’arricconobbi dai baffetti. Era lui, Delamaz, il capo supremo di tutti i diavoli di terra». Delamaz alias Massimo D’Alema. Un’intuizione letteraria fa corto circuito con la politica costringendola a smussare la coscienza di sé e infine concedersi il fuggevole lampo dell’auto-ironia: sarà proprio Massimo D’Alema, che fa sapere di essere «divertito», a presentare venerdì sera a Roma il racconto in cui il papà di Montalbano fa bonaria ma pungentissima ironia sul presidente dei Ds. Il racconto si chiama Il diavolo che tentò se stesso, lo pubblica Carmine Donzelli e cela una storia che dice un sacco sulla politica italiana osservata parlando d’altro. L’editore voleva ripubblicare Il diavolo innamorato di Jacques Cazotte, in Italia introvabile da vent’anni, oltretutto uno dei 25 testi sommi inseriti da Borges nella leggendaria Biblioteca di Babele. Che c’entrava Camilleri? Una citazione casuale di Cazotte in uno dei tanti interrogatori di Montalbano, e Donzelli parte per la Sicilia. Propone a Camilleri di scrivere un’introduzione. Il vecchio scrittore lo ascolta, si schermisce, la vista gli dà così filo da torcere... Alla fine, tra «chiacchiari» di diavoli e medioevi, rilancia: «Un’introduzione no. Un racconto». Tema: la fecondazione assistita. Trama: c’è un diavolo di nome Bacab, un poveraccio agli ultimi gradini della scala sociale diabolica, alla ricerca di un espediente per farsi notare dai capi. Sarebbe fantastico, pensa, se riuscisse a indurre al sesso la pronipote della monaca di Monza, fimmina santissima. Ci prova e riprova, niente. Alla fine tenta una specie di fecondazione artificiale per farla restare incinta: «Mi andai ad assistimare nelle ‘ntragnisi. Pe tre notti travagliai nelle sò ’ntragnisi fino a squasi farla nesciri pazza di desiderio». Risultato raggiunto, Gertrude è incinta. Tutto bene? Neanche per idea. Bacab viene convocato dai superiori e indirizzato previo misterioso viaggio allo sfuggente capo dei capi diavoli: Delamaz-D’Alema. Lo riconosce dai baffetti, «e questo confermava le voci che correvano circa la sò vanità: quanno mai infatti si era visto un bruco coi baffetti che pilotava ‘na varca sia pure fatta di foglie? Ma le varche erano la sò passione, non sapeva arrisistiri a mettersi a fare lo skipper. Dicivano macari che era ‘ntelligenti, ma grevio e scostante». Bacab ne ha subitanea prova: Delamaz-D’Alema lo striglia, i suoi avversari gli stanno montando una campagna contro per l’ingravidamento della Gertrude, così scarica il sottoposto, tra una strambata e una bolina. Al poveretto non resta che commentare «noi diavoli sappiamo benissimo d’essere cunnannati per l’eternità, con bona paci di quello che hanno strogolato Origene, con la sò Parusia, e Scoto Eriugena. Minchiate di filosofi». Se c’era questa possibilità «lo ‘nferno a quest’ora si sarebbe completamenti svacantato», e chissà dove sarebbero D’Alema e la politica self confident, costretta adesso e infine a sorrider lievemente anche di sé.