Recensione
di Alfonso Berardinelli, Il Foglio, 13/08/2005

Ora e sempre Don Chisciotte

Siamo al quarto centenario dalla pubblicazione del “Don Chisciotte” e l’ingegnoso hidalgo, il Cavaliere dalla Triste Figura, non smette di farci visita, di sorprenderci, di spingerci a capire che cosa è successo alla cultura occidentale in una precisa fase del suo sviluppo e da allora a oggi. Tra fine Cinquecento e inizio Seicento sembra che impazzire fosse diventato più facile che in altre epoche. Il nostro Torquato Tasso, ha scritto Walter Siti, “è il primo scrittore italiano di cui ha senso dire che è nevrotico”: o magari qualcosa di più grave, dato che “spesso le sue cose migliori sembrano scritte ‘suo malgrado’” (W. Siti, “L’inconscio”, in Letteratura Italiana, V, Einaudi 1986). Amleto non è pazzo, è il più intelligente di tutti i personaggi creati in letteratura. Ma finge la pazzia per tenerla a bada e perché ne ha bisogno per catturare la realtà, per prenderla in trappola, per affrontare, lui pensatore e artista, l’azione decisa che il suo destino politico purtroppo gli impone. Dovrebbe agire da futuro re che ristabilisce la legittimità e l’ordine nel regno di Danimarca uccidendo suo zio Claudio, l’usurpatore che ha ucciso il padre e sposato la madre di Amleto. Dovrebbe entrare nel ruolo dell’eroe guerriero e dell’uomo d’azione. Ma anche nel suo caso, come in quello di don Chisciotte, la tradizione epico-eroica si è interrotta, non è più accettabile e credibile. Il mondo antico e medievale, il mondo di Achille e di Roland, si è improvvisamente e vertiginosamente allontanato. Un tipo di umanità, fatta di eroi e cavalieri, controllata da dèi, semidei o da Dio in persona, è sparita. Sono stati attraversati gli oceani, la terra è stata circumnavigata, l’America sembra poter essere quel Nuovo Mondo sognato e profetizzato che restituirà al genere umano la sua Età dell’Oro, la sua Utopia. L’intero universo si è dilatato a dismisura, facendo perdere alla nostra piccola terra la sua centralità. La Chiesa della Controriforma lotta contro tutto questo, manda al rogo nel 1600 Giordano Bruno, filosofo, mistico e mago, qualche anno prima che Shakespeare e Cervantes mettano al mondo i due archetipi più suggestivi dell’individualismo moderno. Con la sua follia di lettore e le sue vicende di cavaliere errante anacronistico, sublime e comico, don Chisciotte incarna il mutamento traumatico dovuto al passaggio da un mondo univoco a un mondo plurivoco e centrifugo. Per ricordare la pubblicazione, nel 1605, di quello che viene considerato il primo grande romanzo moderno e il prototipo, quindi, di un nuovo genere letterario (l’“Iliade”, potremmo dire, dei tempi nuovi, l’epica di un’umanità problematica e sperimentale) l’editore Donzelli pubblica un eccellente saggio dello scrittore messicano Carlos Fuentes: “L’ingegnoso don Chisciotte. Cervantes, o la critica della lettura” (pp. 124, euro 12,90). Fuentes è uno dei più noti narratori latino-americani, ma è anche un intellettuale e un saggista di grande acume e cultura. Questo suo libro (pubblicato la prima volta nel 1976 e ora accompagnato da una nuova prefazione appositamente scritta per l’Italia) si conclude con un discutibile e troppo stretto parallelismo fra Cervantes e Joyce, nel quale Fuentes si esibisce in una serie di acrobazie verbali e concettuali in stile parigino d’epoca, parlando naturalmente di scrittura e lettura che si rovesciano l’una nell’altra, citando Jacques Derrida, Georges Dumézil, Gaston Bachelard, Georges Bataille e naturalmente Borges. Ma a parte l’intemperanza culturalistica delle ultime pagine, il libro di Fuentes riesce a essere esauriente e sintetico, oltre che originale, sia per la ricostruzione della storia sociale e politica spagnola, sia per la libertà interpretativa con cui legge i testi letterari. Siamo al libello della migliore saggistica di Octavio Paz. All’inizio della vicenda ci viene offerta la chiave di una svolta epocale che ebbe bisogno di almeno un secolo per realizzarsi pienamente: “Una volta, in Spagna ho sentito dire che Cervantes e Colombo sarebbero stati gemelli spirituali. Entrambi morirono senza comprendere fino in fondo l’importanza delle loro scoperte. Colombo credette di essere arrivato nel lontano Oriente navigando verso Occidente, Cervantes pensò di aver scritto soltanto una satira dei romanzi di cavalleria. Nessuno dei due immaginò di essere sbarcato nei nuovi continenti dello spazio – l’America – e della finzione – il romanzo moderno” (p. 15). Del resto questa consapevolezza storica sarebbe stata impossibile. Nessuno scrittore che non sia un visionario di tavole sinottiche del futuro compone le sue opere avendo in mente che cosa diranno di lui i professori e i critici secoli dopo. La questione del Romanzo Moderno è stata inventata concettualmente più tardi. Ma anche la materia su cui riflettere e con cui costruire l’idea di modernità letteraria ai tempi di Cervantes doveva ancora essere prodotta. Bisognava aspettare diversi altri testimoni del cambiamento radicale avvenuto in letteratura: Madame de Lafayette, Defoe, Rousseau, Sterne, Voltaire, Diderot, Goethe. Anche nell’Ottocento, quando il dinamismo del romanzo raggiungeva i suoi massimi livelli, “don Chisciotte” era diventato una fonte inesauribile di ispirazione. Il suo massimo estimatore, Dostoevskij, si ispirò a lui quando volle mettere in scena nell’“Idiota” l’uomo perfettamente buono, il principe Myskin. Tutti i romanzieri interessati allo scontro fra individuo e società, personaggio e ambiente, fra un’utopia o un ideale e la realtà moderna inaridita dai processi economici, non poterono che considerare il cavaliere della Mancia come il loro profeta e il loro modello. Con la testa piena di imprese cavalleresche e la fede premoderna nella coincidenza fra ideale e reale, fra valori e fatti, don Chisciotte rivela nello stesso tempo, in ogni suo gesto, un passato scomparso e un presente che lo cancella. Ma dato che la modernità ha continuato a essere questo, mutamento lineare, superamento e oblio del passato, flessibilità e adattamento al presente e ai suoi dati di fatto, il grande eroe di Cervantes ha continuato a sua volta a incarnare le virtù dell’anacronismo, di un altro tempo scandalosamente presente nel presente. In verità don Chisciotte è misterioso. La sua interiorità non è trasparente. La sua fede in valori che non hanno più corso è così priva di fondamento reale da coincidere con la pazzia. Ma, come osserva Fuentes, non va dimenticata l’eredità erasmiana di Cervantes. Non sappiamo se davvero Cervantes abbia letto l’“Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Prudenza voleva che il nome di Erasmo non venisse citato nella Spagna controriformista. Ma l’influenza del grande umanista fu vasta nel regno che si era investito del- la missione di difensore inflessibile dell’ortodossia cattolica. Per Erasmo ragione e follia non possono essere separate: “E’ come se Erasmo avesse ricevuto un avviso urgente dalla ragione stessa: non permettere che mi si trasformi in un altro assoluto, come capitò alla fede nel passato, perché in questo caso perderei la ragione della mia ragione. La follia erasmiana è un’operazione doppiamente critica: allontana il folle dai falsi assoluti e dalle verità imposte dall’ordine medievale, ma nello stesso tempo getta un’immensa ombra di dubbio sulla ragione moderna. Più tardi Pascal avrebbe scritto: ‘E’ così necessaria la follia degli uomini che non essere folli vorrebbe dire esserlo in un altro modo’” Fuentes, p. 77). Erasmo usa il paradosso e inclina alla comicità. Cervantes, che era stato allievo dell’erasmista spagnolo Juan López de Hoyos, mette lo spirito comico “al servizio della visione eterodossa della doppia verità, ed è chiaro che opti per questa scorciatoia quando crea le figure di don Chisciotte e Sancio Panza, perché il primo parla del linguaggio dell’universale e il secondo quello del particolare. Il cavaliere crede, lo scudiero dubita” (p. 76). In un mondo che ha perso la sua unità e univocità tradizionali, ogni cosa può essere conosciuta da almeno due punti di vista. La narrazione si regge e si anima in virtù di un contrasto che rende ogni azione e ogni episodio duplici, instabili, conflittuali. Un punto di vista rivela l’altro, la sua realtà e i suoi limiti. Come osservò Leo Spitzer nel suo famoso studio sul “Prospettivismo linguistico nel don Chisciotte”, cavaliere e scudiero discutono continuamente sul valore e l’importanza di parole e frasi, senza arrivare mai a una conclusione definitiva. Questa “attitudine relativista” di Cervantes, dice Spitzer, investe non solo il linguaggio, ma l’intera struttura del romanzo: trama, temi ideologici, rapporto fra autore e lettore. Erich Auerbach, in “Mimesis”, dice qualcosa di analogo quando sottolinea che nel capolavoro di Cervantes “una potente capacità di rappresentare dal vivo uomini diversissimi in diversissime situazioni” ha come esito che “nessuno e nulla viene giudicato”. La continua variazione di prospettiva rende impossibile una problematica morale. Nessuno è condannato, nessuno è preso a modello: “L’apparire di don Chisciotte, che non migliora nulla e a nulla rimedia, tramuta in gioco felicità e infelicità”. Questa saggezza relativistica è antitragica. Può portare solo a una visione malinconica o sorridente delle vicende umane. Il contenuto sociale, etico e politico del “Don Chisciotte” secondo Fuentes è altrove. Si rivela in un passo del libro per lo più trascurato o sottovalutato sia dai comuni lettori che da molti critici, abbagliati dall’“immagine potente di un don Chisciotte folle che non smette mai di confondere la realtà con l’immaginazione”. Si tratta del capitolo XXI della prima parte. Il cavaliere chiede al suo scudiero “di mettersi in cammino verso il Toboso per riferire a Dulcinea, signora dei suoi pensieri, le grandi imprese e sofferenze con cui il cavaliere la onora. Poiché Sancio non conosce nessuna sovrana e nobildonna chiamata Dulcinea nel misero borgo del Toboso, continua a chiedere. In questo momento straordinario, don Chisciotte rivela di sapere la verità: Dulcinea, dice, altro non è che Aldonza Lorenzo, una giovane contadina del luogo. E’ lei la ‘signora dell’universo intero’ che Sancio deve cercare. Una simile rivelazione provoca l’ilarità del picaro scudiero (…) La risposta di don Chisciotte è una delle più commoventi dichiarazioni d’amore mai scritte. Sa chi è e cosa è Dulcinea e tuttavia la ama, e poiché la ama vale di più, dice don Chisciotte, della più alta principessa della terra. Ammette che la sua immaginazione ha trasformato Aldonza la contadina nella nobile dama Dulcinea” (pp. 100-101). La follia immaginativa qui non è che la fonte da cui nascono le energie morali necessarie a dare valore alla realtà, a ciò che si ama e che si crede degno di tutto il proprio amore. “Perciò dice don Chisciotte – a me basta pensare e credere che la buona Aldonza Lorenzo sia bella e sia onesta; e in quanto al linguaggio, poco importa (…) Io immagino che sia come dico, senza nulla da aggiungere e da levare, e me la dipingo nella mente come la desidero (…) E dica ciascuno quel che gli pare”. Si tratta, conclude Fuentes, di un’“utopia della fraternità, dell’uguaglianza e del piacere. L’Utopia deve realizzarsi non nella tempesta nichilistica che, ogni volta, ci costringe a ripartire da zero, ma in una fusione tra i valori che ci vengono dal passato e i valori che siamo capaci di creare nel presente. La giustizia, insiste don Chisciotte, non c’è: solo l’amore può darle presenza, e l’amore di cui parla don Chisciotte è un atto democratico, che oltrepassa le differenze di classe e s’incarna nella più umile ragazza di campagna. Nella visione donchisciottesca, però, a questo amore bisogna conferire i valori costanti e antichi della cavalleria, il rischio personale nella ricerca della giustizia, l’integrità e l’eroismo. Nel ‘Don Chisciotte’ i valori dell’età cavalleresca acquistano, attraverso l’amore, una risonanza democratica, e i valori della vita democratica acquistano la risonanza della nobiltà autentica” (pp. 101-102). Il solo modo di custodire ciò che di migliore il passato tramanda è farlo proprio, incarnarlo, metterlo di nuovo in scena con il proprio corpo, pagando di persona. Il prezzo da pagare è una certa dose di follia, farsi estranei al presente fino ad essere beffati, vilipesi e sconfitti. Come si vede però nella seconda parte del romanzo, questo eroe dell’ideale cavalleresco riuscirà contagiare la realtà, che si metterà a giocare, per compiacerlo e ingannarlo, il suo stesso gioco. Dieci anni dopo l’uscita della prima parte, nel 1615, don Chisciotte è già famoso, sicché nel suo cammino può ormai incontrare i suoi lettori e ammiratori. Una duchessa e un duca lo compiacciono in ogni modo, lo lusingano per beffarlo e ridicolizzarlo meglio. Per questo eroe non c’è e non può esserci mai vittoria. Ma nella sua immagine, sulla quale le letterature del mondo occidentale non hanno smesso di meditare da quattro secoli, prende corpo la funzione fondamentale del mediatore che rende possibile l’incontro tra fatti e valori, fra realtà presente e tradizione culturale. Don Chisciotte continua a ripeterci che a costo di uscire di senno non dobbiamo crederci indegni di ciò che di più grande il passato ha prodotto e ci ha lasciato in eredità attraverso i libri. Grazie a un amore così forte da apparire follia, può ancora accadere che la grandezza passata ci aiuti a dare al presente il valore più grande.