Recensione
di Giovanna Ferrara, Il Foglio, 23/07/2005

Walden

Sono potenzialmente molti i modi in cui il lettore di oggi può approcciare questo libro, scritto alla metà dell’Ottocento dall’universalmente riconosciuto maestro del rinascimento americano nonché autore di “Disobbedienza civile”. Uno fra i tanti è considerare questo bizzarro testo – non racconto, non saggio, non diario, non romanzo, forse incrocio fra tutti questi generi – una riflessione sul concetto di esperienza, o meglio sulla presunta oggettività della stessa. Quando Thoreau decide di andare a vivere fra i boschi, in una capanna sulle rive del lago di Walden, fuggendo per due anni dalla “civiltà” lo fa per compiere un deliberato esperimento: riconsiderare la vita da un diverso punto di vista e dimostrare così, con non poca polemica e con molta ironia, che i parametri con cui il cittadino inserito nella “normale” civiltà occidentale giudica e si comporta sono per lo meno arbitrari. L’uomo comune trascorre la parte migliore della propria vita ad affaticarsi in lavori per lo più futili o pesanti per potersi comprare un’abitazione di cui potrà godere per un tempo brevissimo e nella fase declinante della vita. Ed è per di più convinto che ciò sia quel che di meglio la vita possa offrirgli. Ma non è più felice e, soprattutto, più consapevole l’uomo che – lo stesso Thoreau, per l’appunto – si costruisce da sé la propria capanna con tavole imperfette ma ricche di linfa, “fatte col primo taglio del ceppo” e con calce, chiodi, gesso a bassissimo prezzo? E di nuovo, non è più felice, o per meglio dire interiormente appagato, colui che per ore rimane a guardare uno sfarzoso palazzo circondato da un parco lussurioso piuttosto che colui che lo possiede e si deve pertanto sfinire a far rimuovere, giorno dopo giorno, ogni più piccolo granello di polvere, ogni erbaccia, ogni lordura? Quanto al cibo basta, secondo l’autore, arare personalmente (non diventando così schiavo di alcuna mandria) un fazzoletto di terra che circonda la capanna “e si mangia solo il raccolto che si è coltivato e non si coltiva più del necessario per mangiare, senza scambiarlo per una quantità insufficiente di cose più lussuose e costose”. Con puntigliose statistiche Thoreau descrive il cibo che compra a bassissimo prezzo, integrando così il proprio raccolto; e studia anche gli antichi processi di panificazione cuocendo pani fragranti che non hanno nemmeno bisogno di lievito. Il Walden è, insomma una infinita divagazione sulla relatività dell’esperienza e ancor più della felicità. E’ la presa di distanza dalla società alla ricerca di un senso più autentico dell’esistenza e in questo senso è perfino scontato definire il libro “attuale” nel senso che da qualche anno metafora, l’allegoria, sono il sale di questo libro e sono infinite. Come scrive Salvatore Proietti nella splendida prefazione “ lo stagno è l’occhio della terra e quando lo si guarda l’osservatore misura la profondità della propria natura”. L’acqua del lago, come la parte più intima dell’essere umano “non ha bisogno di recinti” che ne proteggano la purezza, la bellezza e la capacità di sopravvivere, e diventa metafora di una sfrenata espansione dell’io”.