Recensione
di Claudio Gorlier, La Stampa, 15/06/2005

Nel bosco di Thoreau cresce la disubbidienza

Ha ragione Salvatore Proietti, nella prefazione a Walden di Henry David Thoreau (Donzelli, 246 pagine, 21 euro, introduzione di Wu Ming), a notare che è «finalmente giunto il momento di un ritorno d’attenzione» nei confronti di uno dei veri giganti della cultura degli Stati Uniti. L’impeccabile traduzione italiana da lui curata e basata su una recentissima edizione critica americana rende disponibile un supremo classico introvabile ormai da decenni. Walden, con il sottotitolo Vita nel bosco, che ne fissa il paradigma, è un libro unico e sfugge a ogni classificazione di genere. In quanto a Thoreau, con Hawthorne, Melville, Emerson, uno dei protagonisti del cosiddetto «Rinascimento americano», si conferma una figura di singolare, incisiva presenza, più che mai, oggi. Il libro apparve nel 1854. Thoreau, nato nel 1817, morto nel 1862, godeva di una relativa agiatezza; il padre - figuratevi - era stato il primo a inventare e fabbricare la mina per le matite. A Concord, la cittadina del Massachusetts dove trascorse tutta la sua breve vita, abitavano o si incontravano proprio quei protagonisti che ho appena nominato, tanto che intitolai un mio libro su di loro L’universo domestico. Vicino a Concord c’è un grazioso lago, Walden, appunto. Dal luglio del 1845 al settembre 1847 Thoreau si trasferisce in virtuale solitudine sulle sue sponde; salvo poche visite agli amici e una notte in prigione, per motivi che vedremo, abita in una capanna di legno. Così nasce il libro, suddiviso in una serie di capitoli che spaziano dalle notazioni immediate, dalle osservazioni, a tutta una serie di originali, intense riflessioni. Un modello, se si vuole, esisteva: l’esperienza di Rousseau sul lago di Ermenonville, ma l’originalità di Walden, la sua visione anticipatrice, rimane senza paragoni. Intanto, Thoreau si affida alla natura come rivendicazione di libertà a fronte delle istituzioni soffocanti; esalta il wild, il selvaggio, contro il tame, l’addomesticato, vangelo del cosiddetto progresso, dell’affarismo. Non vuole «l’amore, il danaro, la fama», bensì «la verità». Detesta l’urbanesimo, parla con disprezzo dell’esaltazione del progresso tecnologico (sarcasticamente, spiega che della stazione ferroviaria di Boston apprezza la ritirata; si domanda a che serve il telegrafo se poi non c’è nulla da comunicare), si schiera contro lo schiavismo. Sotto un certo profilo, Thoreau appare fieramente anacronistico, mentre in realtà inventa un filone insieme concettuale e letterario che si spingerà, nel Novecento, ai figli dei fiori, ai libertari, all’itinerario di on the road. L’espansione nel West, l’industrializzazione, se accettate passivamente e sfruttate, gli sembrano profondamente corruttrici. L’individuo deve salvare sia il proprio corpo sia la propria mente, e nel linguaggio lievitante, insieme concreto e magico, Walden ci consegna questo messaggio lucido e appassionato. Era maturato concretamente e programmaticamente, nel 1849, un testo chiave, On the Duty of Civil Disobedience, sul dovere della disobbedienza civile, che si rifà appunto al carcere di un giorno patito per aver rifiutato di pagare le tasse (provvidero gli amici) in segno di protesta per la guerra contro il Messico e la secolarizzazione politicizzata delle Chiese protestanti americane: un tema più che mai scottante. Un aneddoto vuole che Emerson, visitandolo in prigione, gli domandasse «che fai lì?» e che Thoreau replicasse: «e tu che fai là fuori?». «La mia prigione» la chiamò Thoreau, con trasparente allusione a Silvio Pellico. La disobbedienza civile, dichiaratamente, si colloca tra i modelli del Mahatma Gandhi; del resto, Thoreau fu sempre curioso, non meno di Emerson, della filosofia orientale. Forse, celebrando l’eroe antischiavista John Brown, condannato a morte e che egli aveva conosciuto, Thoreau mostrò di non conoscere a fondo la realtà del Sud. Ma esiste un singolare, quasi profetico risvolto, che anticipa la poesia di Whitman, e su cui si continua a discutere. Difatti, Thoreau credeva fermamente in una sorta di primato morale e civile del suo Paese, fiero di non vantare un passato ma capace di porsi al centro della storia presente. Insomma, gli Stati Uniti come nazione missionaria, unica per i suoi valori più autentici e con una sorta di dovere di propagarli e di diffonderli. Non certo con la forza, ma con rigore moralmente programmatico. Anche per questo egli è tutto da riscoprire.