Recensione
di Goffredo Fofi, Avvenire, 25/06/2005

Le mondine cantate fuori dal coro

Nel pieno del miracolo economico, un gruppo di giovani musicologi torinesi stimolato da Massimo Mila e capitanato da Sergio Liberovici ed Emilio Jona si dedicò alla ricerca e registrazione di canti popolari e di lavoro «sul terreno», dalle voci che li avevano appresi da altri lavoratori e che ancora li cantavano, perché ancora c'era un popolo e c'erano dei mestieri. Prima ancora quei curiosi, in reazione alle pessime canzonette degli anni Cinquanta (ma faceva eccezione Napoli) avevano fondato un gruppo, i «Cantacronache», che proponeva canzoni nuove, sempre un po' troppo intellettuali e prevedibili anche se a scriverle era, magari, Italo Calvino, e a cantarle Fausto Amodei. Quasi mezzo secolo dopo Jona, coadiuvato da Franco Castelli e da Alberto Lovatto, ha prodotto per Donzelli e con molti sponsor istituzionali un massiccio volume dedicato a una parte soltanto di quella ricerca, ma forse quella più ampia e compiuta, i canti della risaia: «Senti le rane che cantano» (pp. 556, euro 39 con cd audio. Riscopriamo o scopriamo così il mondo della risaia, noto ai più per la pellicola nazional-popolare e sovieto-hollywoodiana «Riso amaro», che aveva all'origine l'impressione fatta su Corrado Alvaro dai gruppi di mondine che aveva visto transitare dalla stazione di Milano, e che poté essere realizzato grazie a Gianni Agnelli il quale, innamorato della protagonista americana del film Doris Dowling, concesse al regista comunista di girare nelle sue risaie. Vanno accumulandosi da anni le pubblicazioni locali che evocano il mondo di ieri, secondo la vecchia e ipocrita morale del «si stava meglio quando si stava peggio», ma questo libro ha un'altra morale e un altro spessore; è la ricostruzione di un mondo fuori dal suo mito e che anzi analizza gli stessi modi di produzione del mito, costruito anche da questi ricercatori. La risaia era uno strano mondo del lavoro, perché le mondine erano donne (c'erano anche i mondini, solo tra Veneto e Romagna) in provvisoria convivenza (i «40 giorni» dopo i quali veniva il cambio) e di diverse provenienze, dentro ruoli sociali nuovi e un intreccio di nuove libertà e di nuove soggezioni, una «vacanza» dalla regola, anche se veniva pagata carissima. Tra loro, dice Jona, «il canto si espandeva in grandi spazi sonori, in un paesaggio piatto, lucente d'acque, diviso da sottili filari di pioppi, segnato da un sole cocente e da un alto tasso di umidità, mentre si lavorava chine e a piedi nudi a estirpare erbe che tagliavano le dita» finché, come dice la canzone citata nel titolo, «senti le rane che cantano,/ che gioia e che piacere/ lasciare la risaia/ tornare al mio paese». La raccolta spazia dai «canti narrativi» a quelli politico-sociali, da quelli «del lavoro» a quelli «vari», tra i quali si scopre anche qualche raro canto religioso. Alcuni sono molto noti, altri no, e tra questi uno dei più belli è così incomincia: «O cara mamma vienimi incontro/ che ho tante cose da raccontar/ che nel parlare mi fa tremare/ la brutta vita che ho passà».