Recensione
di Gian Luigi Beccaria, La Stampa, 20/05/2005

Proletarie di tutta la monda cantate

Son la mondina son la sfruttata / son la proletaria che giammai tremò / m’hanno uccisa e incatenata / carcere e violenza niente mi fermò». È la prima strofa di quello che è forse il più noto e ancora popolare canto delle mondine, scritto da Pietro Besate, per un congresso della Federbraccianti del 1950. Ora è raccolto, testo e musica, con più di altri cinquecento canti in uno straordinario compendio del mondo della risaia: Senti le rane che cantano, quasi seicento pagine curate da tre specialisti, Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto. Sottotitolo: «Canzoni e vissuti popolari della risaia». I tre autori raccontano in articolati percorsi le funzioni del canto di monda, un canto ora definitivamente concluso. Quello spazio «risonante di parole e di canti, ricco di vita collettiva» è «oggi regione del silenzio, rotto solo di quando in quando dal rumore delle macchine e dall'odore dei diserbanti chimici» (Jona). Ma la cura storica e filologica con cui gli autori ci presentano i testi apre un importante spaccato di vita privata e di vita collettiva attraverso suggestivi intrecci di parole e di canti, e ci fa rivivere un pezzo importante della storia orale delle classi subalterne del secolo scorso, e in luoghi di memorabili lotte sociali. Nel libro sono raccolte le voci autentiche e le memorie perdute delle protagoniste del duro lavoro della monda e del trapianto del riso, affidato a gruppi di donne che provenivano dal Veneto, dall'Emilia, dalla Lombardia, e che si trasferivano periodicamente nelle risaie della Lomellina, del Novarese e del Vercellese. Arrivavano su treni-tradotta, dormivano in grandi cameroni, vivevano come in caserma, restavano a lavorare per quaranta giorni, «sempre basse, tutto il giorno, se ci alzavamo guai il padrone ci dava eh... faceva male la schiena. Il primo anno ho portato a casa 319 lire, ce l'ho sempre in mente... avevo 14 anni» (così racconta una testimone), «si cantava perché venisse la sera, la vita della mondina era dura, quando si sentivano le rane e i grilli e si pensava a casa ai figli, al marito, ai fidanzati, allora era dura, era dura...». La monda prende corpo negli ultimi decenni dell'Ottocento e si chiude definitivamente alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, un'esperienza di lavoro relativamente breve ma in cui si crea una condizione culturale politica e sociale assai significativa e assolutamente unica. Queste donne acquistano una notevole coscienza di sé e della classe di appartenenza, sviluppano forti elementi di solidarietà, di aggregazione, nascono le «leghe» e la partecipazione alle lotte sociali del primo Novecento. Le mondine del Vercellese sono le prime braccianti a conquistare il diritto alle otto ore di lavoro («E otto ore vi sembran poco / provate voi a lavorar / voi troverete la differenza / di lavorare e di comandar» cantavano, e anche «E voialtri signoroni / che avete tanto orgoglio / abbassate la superbia / aprite il portafoglio»). Potranno smettere il lavoro alle 15: «J'è sunà tre bòt al pais / lasuma l'èrba lasuma l'èrba / j'è sunà tre bòt al pais /«lasuma l'èrba rancuma 'l ris», recita un canto. Tra le intervistate una racconta che il «caporale» (o tiracól, come si chiamava) cercava d'abitudine di rubare sul tempo: il padrone - dice la mondina - «ci mangiava i minuti», ma... «ho preso dietro la sveglia, l'ho legata dentro... quand'era mezzogiorno, drin! Siamo saltate su, via! e sì! Perché il padrone rubava, rubava...». I canti adunati nel volume costituiscono un materiale composito: ci sono testi di lavoro e di lotta accanto al repertorio classico dei canti narrativi della tradizione folclorica, e canti da cantastorie diffusi da fogli volanti, canti degli alpini della prima guerra mondiale, qualche canzonetta di consumo accanto al nucleo cospicuo dei canti politico-sociali, di tradizione anarchica, socialista e comunista, infine canti di evasione, ninne nanne, e canti licenziosi, strofette ardite. Ma perché cantavano le mondine? Per accompagnare, alleviare, ritmare il tempo del lavoro (leggo tra le testimonianze: «quando faceva caldo magari si sentiva un po' fiacchi... diceva, il padrone eh, - Cantè Bandiera russa ch'a mundé sgagià», cantate Bandiera rossa così mondate più in fretta!). Era un lavoro durissimo. Ma la fatica non distoglieva il gruppo dal piacere di cantare in quei «grandi spazi sonori», in quel «paesaggio piatto, lucente d'acque diviso da sottili filari di pioppi, segnato da un sole cocente e da un alto tasso di umidità, mentre si lavora chini a piedi nudi, a estirpare erbe che tagliano le dita, tormentati da mosche, tafani e zanzare» (Jona). È un canto che non ha la tristezza di quello di filanda o di officina. Si cantava all'aria aperta, e il canto riusciva, se non di speranza, certo colmo di vitalità. Basterà ascoltare il prezioso cd che accompagna il volume. Al solito, c'è il «primo» che attacca, il «secondo» che in parallelo canta una terza sopra o sotto, e il «basso», che fa da bordone alternando tonica e dominante. Dopo l'attacco del «primo» entrano su un tempo forte le altre voci, secondo una forma di tipo responsoriale che non è tipica soltanto delle mondine, ma è comune a molte aree folcloriche: «Forse all'origine c'è un atteggiamento di imitazione del canto e delle pratiche canore liturgiche» aveva già annotato Liberovici. Tra i tanti aspetti che il volume approfondisce, notevoli sono le pagine in cui s'indaga la formazione e la conservazione del mito delle mondine, che hanno sempre esercitato un fascino particolare sul nostro immaginario popolare (non vi è stato estraneo il famoso film con la Mangano di Giuseppe De Sanctis, Riso amaro, del 1949). Molte le canzonette ipocrite e false che le dipinse a toni rosa: «O risaiola», cantava una canzonetta del '39, «che scendi al piano / la tua boccuccia / di melograno / senza rossetto / sembra una rosa. / Beato l'uomo / che ti fa sposa»; e un'altra «Il cielo si ridesta / nell'alba tutta d'or / e liù-lì / mondina che passi cantando / col cuore giocondo / la brezza dell'alba / accarezza i tuoi riccioli d'or...». In realtà le mondine cantavano «E fra gli insetti e le zanzare / o bella ciao bella ciao / bella ciao ciao ciao / e fra gli insetti e le zanzare / un duro lavor mi tocca far».