Recensione
di Eugenia Tognotti, La Stampa, 24/03/2005

Ora e sempre aspirina

L’aspirina - scriveva Franz Kafka all'amata Felice Bauer negli anni della loro tormentata relazione - è una di quelle cose che rendono più tollerabile il dolore di vivere. In realtà pochi farmaci possono vantare tanti meriti: l'aver assicurato ai fabbricanti una colossale fortuna finanziaria, ai medici una preziosa risorsa terapeutica, ai profani un rimedio per tutti quei disturbi - mal di testa, mal di denti, nevralgie, dolori reumatici - che senza minacciare la vita le tolgono un po' di sapore. Ma i caratteri distintivi della storia dell'aspirina non finiscono qui. Nessun farmaco illustra così bene lo strettissimo rapporto tra chimica e pratica terapeutica e tra medicina e mercato. E, ancora, nessuno è così difficile da collegare al nome di un solo geniale inventore, essendo il risultato d'intuizioni, studi, ricerche, esperimenti, osservazioni di secoli. L'uso terapeutico del salice, conosciuto dalla più remota antichità, risale a una vertiginosa distanza di migliaia di anni dalla magica pillola bianca che si trova nel nostro armadietto dei medicinali. Il primo accenno è in quella summa dell'antica sapienza medica che è il codice assiro di Ebers, 2000 a.C. circa. Ma il libro del giornalista e scrittore Diarmuid Jeffreys, Aspirina. L’incredibile storia della pillola più famosa del mondo (Donzelli, presentazione di Luciano Sterpellone, traduzione di Giovanni Tarantino, pp. 314, e13,90) prende le mosse addirittura nel 5000 a.C: è, infatti, in una delle tavolette di pietra risalenti alla terza dinastia dei re di Ur, fiorente città-Stato dei Sumeri, che si trova il primo riferimento scritto alle proprietà medicinali del salice. Dalla valle tra il Tigri e l'Eufrate all'isola greca di Kos: il padre della medicina razionale, Ippocrate, raccomandava la corteccia di salice come analgesico. Da qui l'avventuroso racconto si snoda per arrivare a uno dei luoghi cruciali della storia del farmaco: le umide campagne di Oxfordshire, nell'Inghilterra del Settecento, dove vive il canonico Edward Stone, un tipico erudito del suo tempo, che possiamo immaginare appassionato di botanica e di scienze naturali. Non si era ancora del tutto dissipata, allora, l'influenza che quella straordinaria figura di medico-chimico-astrologo rinascimentale che fu Paracelso (1493-1541). In una visione generale dell'universo in cui l'uomo era soltanto un microcosmo e tutte le parti - ogni pianta, ogni organo interno, ogni stella - si influenzavano tra loro in una rete immensa di coerenza, trovava posto la teoria delle «segnature»: nel creato le piante della salute sono portatrici di segni che indicano agli uomini le loro qualità terapeutiche. In quella terra umida e fredda, dove i salici crescevano così rigogliosamente, la gente soffriva di febbri e dolori articolari. Fu quest'associazione e, forse, l'esempio della proprietà della china peruviana di curare le febbri di malaria a indurre il compassato reverendo Stone ad assaggiare un pezzo di corteccia di salice? Non si sa. Certo è che dopo averlo fatto e averne constatato il sapore amarissimo, simile a quello della china, decise di essiccare la corteccia e di macinarla nel mortaio. Passò quindi a sperimentarla su una cinquantina di persone febbricitanti e con dolori agli arti e alla testa. Gli entusiasmanti risultati lo indussero a comunicarli alla prestigiosa Royal Society. La comunicazione non ebbe seguito. Rimase però negli annali e di certo venne a conoscenza dei chimici che, a fine secolo, ingaggiarono una sorta di gara a chi arrivava prima a isolare l'ingrediente chiave del salice. Sulla scena si muovono ormai chimici e ricercatori di molti paesi, compresa l'Italia. Nel 1828 un professore di farmacia di Monaco di Baviera, Johann Andreas Buchner, prepara un estratto chiamato salicina. Nel 1835 un farmacista botanico svizzero ottiene da un cespuglio selvatico, l'olmaria (Spiraea ulmaria), una sostanza simile, chiamata «spirsauro». In quegli stessi anni il chimico italiano Raffaele Piria ottenne dai cristalli di salicina l'acido salicilico, facilitandone l'impiego e aprendo la strada alle future sintesi industriali. Dalla metà dell'Ottocento ricerche e studi si succedono a ritmo frenetico: nel 1853, a Strasburgo, il chimico francese Charles-Frédéric Gerhardt, sintetizza per la prima volta l'acido acetilsalicilico e nel 1869 il residuo viene sintetizzato in una forma più pura da Johann Kraut. Restava sul tappeto il problema del gusto amaro e degli effetti dannosi per la mucosa gastrica che limitavano i grandi vantaggi dell'azione antipiretica e antinfiammatoria. Nel 1897 due chimici tedeschi del settore ricerche della Società Bayer (un ex colorificio), Felix Hoffman e Heinrich Dreser, riuscirono a mettere definitivamente a punto un farmaco il cui preparato base era l'acido acetilsalicilico. Al farmaco fu dato il nome di Aspirina, formato da spir che indica la famiglia vegetale «spirea», dalla lettera A che indica il processo di acetilazione e dal suffisso in. Il farmaco - che si distingueva dall'acido salicilico per il suo gusto più gradevole - fu commercializzato dalla Bayer che, nel 1899, ne depositò il nome e ne avviò la commercializzazione, diventando il primo grande gruppo farmaceutico industriale al mondo. La sua posizione era però continuamente insidiata, in vari paesi, da altri gruppi farmaceutici, ingolositi da quella vera e propria miniera d'oro che era il prodigioso farmaco polivalente. Alle lunghe lotte per imporre i brevetti e difendersi dall'agguerritissima concorrenza degli imitatori, Jeffreys dedica una parte importante del libro, nel quale trovano posto anche le vicende dalla casa farmaceutica tedesca durante e dopo la prima guerra mondiale (con il trattato di Versailles i brevetti tedeschi furono espropriati) e una ricostruzione attenta del ruolo svolto dalla casa farmaceutica durante il Terzo Reich. La storia dell'aspirina - che nel 1950 è entrata nel Guinness dei primati come antinfiammatorio e antipiretico più venduto al mondo - arriva ai giorni nostri, forte delle vecchie e nuove capacità terapeutiche, come quella di prevenire l'ictus e l'infarto. «Se a tutti i soggetti ad alto rischio di malattie vascolari fosse data una piccola dose giornaliera di aspirina - scrive Jeffreys citando le parole di un epidemiologo di Oxford, sir Richard Peto - ogni anno in tutto il mondo potrebbero evitarsi circa 100.000 infarti e ictus letali e 200.000 non letali». Ma l'informazione, denuncia, è inadeguata. «Quanto tempo è - si chiede - che non vediamo in televisione uno spot dell'aspirina? I nuovi marchi di Ibuprofen e acetaminofene sono continuamente pubblicizzati. L'aspirina mai». Insomma, l'aspirina può alleviare il dolore e ora può anche salvare la vita e potrà farlo ancora di più se gli studi in corso dimostreranno l'ipotesi che agisca sul cancro, una prospettiva che potrebbe aprire un nuovo capitolo nella sua straordinaria storia. Il lungo, affascinante racconto - che fa emergere dal buio del passato ambienti e personaggi, prima ancora che laboratori e scienziati - ha il merito di far riflettere sui legami che cominciarono a stringersi nell'Ottocento tra scienza di laboratorio, industria farmaceutica e umanitarismo medico fino al consolidamento dei collegamenti medico-industriali che hanno portato all'industria farmaceutica moderna nella sua «pervasività» di quasi tutte le funzioni della scienza e della pratica medica. Un libro importante, dunque, di alta divulgazione. Peccato qualche infortunio nella traduzione («degli segni» invece che «dei segni» o meglio «delle segnature», il nome della teoria paracelsiana) e i non pochi refusi: «sfaceli» per sfracelli (p. 146), «avvallare» per avallare (p. 172), «benché non erano» (p. 111) ecc. La lettura della lunga bibliografia in appendice è un colpo all'orgoglio nazionale: non vi compare nessuno studio italiano. Del resto, nel libro il chimico napoletano Piria, ricordato nella letteratura scientifica internazionale per aver ottenuto nel 1839 l'acido salicilico dalla salicina, si guadagna appena due righe.