Recensione
di Elena Loewenthal, La Stampa, 26/03/2005

Il paradiso? Si riconosce dal profumo

È un luogo quasi ubiquo, nel tempo e nello spazio: per questo, da sempre irraggiungibile. Per non parlare di quando è artificiale, dunque al di là d'ogni possibile dimensione o legge universale. Pensare che la parola è così terrena: in ebraico paradiso significa semplicemente agrumeto oppure frutteto cintato. Ed è a sua volta un prestito dal persiano, dove significa più o meno la stessa cosa. Anche Senofonte usa nell'Anabasi la parola paradeisos per indicare i giardini regi della Persia, noti per la loro bellezza. Il vero paradiso, però, si riconosce (anzi si riconoscerà) dal profumo: soave e inconfondibile. Una debole traccia, appena un sentore, si è depositata sui corpi di Adamo ed Eva e lì è rimasta anche dopo la loro morte. Se ne può fiutare una pallida reminiscenza nella grotta di Macpela, ad Hebron, dove secondo la tradizione ebraica i due antenati sono sepolti, ad irraggiungibili profondità della terra, sotto Abramo e Sara. Il paradiso, cui Heinrich Krauss, giurista, filosofo e teologo, ha dedicato un volume interdisciplinare che vede oggi la luce in traduzione italiana (presso Donzelli, 162 pp, 12,90 €) è un concetto, oltre che un luogo più o meno fantastico. È il punto d'origine, la prima dimora dell'umanità, oggetto di un'inguaribile nostalgia. Ma è anche la destinazione ultima, per chi se l'è meritata. Può situarsi sulla superificie della terra ma anche nelle altitudini del cielo, così come in fondo al mare. E' il mito sumerico della lieta terra di Dilmum a costituire una delle più antiche testimonianze di questo luogo pre-storico in cui regnavano la felicità e l'armonia. Adamo ed Eva abitavano dal canto loro in un giardino generoso d'acqua e di specie diverse. Dal giardino dell'Eden usciva un fiume, narra la Bibbia, che di lì si dipartiva in quattro corsi, generando quattro mitiche regioni, fra cui quelle del Tigri e dell'Eufrate. Qui il paradiso è un tripudio ecologico e non ancora la meta escatologica. Solo più avanti, infatti, il paradiso si sposta verso il cielo. Diventerà così il luogo dell'attesa messianica e quello della ricompensa post-mortem. E' poi diventato la metafora d'ogni beatitudine terrena, che sia essa discutibilmente prodotta da sostanze stupefacenti (i «paradisi artificiali» per eccellenza) o da privilegi d'ordine decisamente più venale (i cosidetti «paradisi fiscali»). Il libro di Krauss è una agevole escursione verso paradisi d'ogni sorta, partendo da quello biblico e dai suoi contrappunti. Con anche uno scarno ma significativo corredo iconografico. Questo saggio è anche, indirettamente, un contributo al confronto fra le religioni - tema scottante, di questi tempi, e certo assai poco paradisiaco. Ma è interessante cogliere le tante affinità del luogo eletto che passano attraversano ebraismo, cristianesimo, islam. «Nel Corano si parla molto spesso della gioia dei beati. E' però questione dibattuta tra i teologici islamici se il paradiso coincida con il giardino nel quale dimorava originariamente Adamo. In ogni caso, il termine ganna (bosco o giardino), denominazione abituale del firdaus, il paradiso indica un luogo fresco e riparato dal sole, dove scorrono quattro ruscelli e i cui ingressi sono assicurati da porte (sura 3, 133)… Sui piaceri specificatamente destinati alla metà femminile dell'umanità, il Corano non si pronuncia mai». Krauss termina il suo viaggio, spesso ricco di descrizioni, con un poscritto dedicato ai paradisi più moderni, come le Americhe: man mano che a scoperta si spingeva verso ovest, infatti, più quella nuova terra assomigliava al luogo mitico delle origini, destando fantasie ed illusioni tenaci. Forse è giusto che sia così: guai a smettere di cercarlo, il paradiso. Ne morirebbe.