Recensione
di Maurizio Mori, L'Indice dei libri del mese, 01/03/2005

La cultura del limite

Questo è un bel libro, chiaro, ben scritto, che va dritto al cuore dei problemi, dando informazioni precise e valutazioni sagge. Particolarmente efficace è l’elenco dei punti inaccettabili della legge, che ne rende immediatamente palesi i difetti. Altri aspetti pregevoli sono: la presentazione organica e dettagliata delle tante ragioni contro i vari aspetti della legge, con particolare riguardo al tema dell’embrione; la puntuale critica delle tesi di Jurgen Habermas; la gustosa raccolta di passi del dibattito parlamentare; la discussione della nozione di “laicità” dello stato; la presentazione della proposta di legge Angus che in un senso riassume la prospettiva di una legge “leggera” difesa nel volume. Altro tema di grande rilievo che rende importante il volume è l’aver posto con forza la domanda: “Com’è potuto accadere?”. Franco individua varie ragioni. Una prima riguarda “la dura legge dei numeri: per la prima volta, dopo molte legislature, un governo dispone di una maggioranza molto ampia e coesa”. Si è avuta una “partita di scambio politico” tra la maggioranza e le gerarchie ecclesiastiche: la legge ha compensato la mancata soddisfazione di alcune richieste del papa sul non intervento nella guerra preventiva in Iraq, sull’indulto chiesto per alleggerire la condizione dei carcerati, e su altro. “Anche la seconda ragione attiene alla natura intrinseca di questa destra italiana al governo: il venir meno di una cultura istituzionale condivisa che le forze politiche fondatrici della Repubblica erano riuscite a mantenere anche in momenti difficili (…) L’argomento secondo cui in Italia i laici sono destinati a essere vittime della presenza del Vaticano nel centro della capitale non è quello decisivo”. Infatti, nonostante questa presenza, negli anni settanta l’Italia ha compiuto significativi “avanzamenti che hanno fatto crescere il paese, lo hanno reso più civile e più libero”. Divorzio, aborto e nuovo diritto di famiglia hanno mutato le relazioni sociali. Ciò che ora “invece è mutato è il venir meno dell’unità dei cattolici”. A questo scenario politico vanno aggiunte “altre aree di debolezza, che voglio definire di natura culturale e politica insieme” consistenti in due aspetti: primo, nel “ritardo con cui la sinistra è arrivata a comprendere la portata delle questioni legate alle biotecnologie”. Si è così continuato a credere che “esse potessero essere confinate nella sfera della coscienza personale, nel foro privato, non cogliendo la novità dei problemi che si venivano ponendo grazie ai progressi scientifici e dei quali la politica ha il compito di farsi carico. Secondo, nel fatto che anche le donne hanno mostrato incertezze e divisioni di pensiero su questi temi, aggravando il ritardo della cultura laica e di sinistra per i temi della bioetica. È vero che il ritardo culturale della sinistra e le divisioni nel pensiero delle donne hanno avuto un ruolo nella vicenda, e bene fa Franco a sottolinearlo. Meno condivisibile è la pronta assoluzione della chiesa cattolica: per Franco la legge sarebbe frutto della diaspora dei cattolici in due schieramenti opposti per cui “non si è registrato uno scontro fra laici e cattolici, ma una contrapposizione fra i laici e un integralismo politico più che religioso, che si è rifiutato di vedere la nuova realtà creata dai progressi della scienza”. Si può però anche dire che quanto accaduto sul piano politico dipende dal precedente scontro culturale tra il paradigma cattolico (e tradizionale) e il paradigma laico (e innovatore) circa l’ambito familiare e riproduttivo, e che al riguardo la serrata dei ranghi intervenuta in ambito cattolico ha pesato ben più del ritardo della politica laica su questi temi. I progressi degli anni settanta sono l’effetto dell’“aggiornamento” istituzionale e anche dottrinale che sembrava richiesto dal concilio Vaticano II. C’era sì il partito unico dei cattolici (la Democrazia cristiana), ma erano anche numerosi i “cattolici del no” che manifestavano pubblicamente il loro dissenso dalle direttive dei pastori, rendendo manifesto il pluralismo dei valori interno alla chiesa. Oggi è impensabile che cattolici con responsabilità ecclesiali prendano posizioni difformi da quelle ufficiali. Il monolitismo cattolico in bioetica, agevolato dal diffuso disinteresse della politica laica, ha avuto buon gioco nello svalutare le riflessioni laiche più aperte, radicando così quella risposta arretrata che costituisce l’humus cultuale abilmente sfruttato dalla politica di destra. La 40/2004 è frutto dello scontro tra laici e cattolici ed è la legge “cattolica” per la procreazione assistita nelle condizioni storiche attuali. Non riconoscere o anche sottovalutare il decisivo ruolo culturale della chiesa cattolica nella vicenda è distorcere la realtà storica. Invece di continuare a tentare estenuanti mediazioni nella speranza di giungere a posizioni condivise, i laici devono guadagnare maggiore libertà. Sul piano politico devono rivolgersi direttamente ai cittadini, confidando sul fatto che in Italia c’è lo “scisma sommerso”, per cui molti cattolici decidono secondo coscienza. Sul piano culturale, invece, i laici devono abbandonare la tradizionale posizione di subalternità all’etica cattolica per affermare con decisione l’“orgoglio laico” in etica. L’etica non dipende dalla religione e non è vero che – come afferma Franco – sui valori “il laico ha una difficoltà in più rispetto al credente”. Al tempo del divorzio e dell’aborto si dava per scontata l’immoralità delle pratiche, che erano richieste solo come “rimedio” giuridico per evitare mali maggiori (ad esempio l’aborto clandestino). Il prossimo sarà invece il primo referendum “bioetico”, in cui gli italiani dovranno decidere non per un “rimedio” a una situazione sbagliata e tragica, ma per nuovi valori di libertà. L’etica laica deve proporsi come etica della libertà. A questo punto un chiarimento: Franco sottolinea che “l’elaborazione di una ‘cultura del limite’ è un’esigenza condivisa”. Questo vale solo quando i limiti in questione sono quelli posti all’intrusione della politica nella sfera privata dei cittadini. Ma la “cultura del limite” è inaccettabile quando presuppone l’esistenza di limiti (divieti) dati che si presuppone valgano di per sé. I limiti ci vogliono, ma ciascun limite va giustificato da buone ragioni: nel paradigma laico tutto è permesso fintanto che non ci sono buone ragioni per il divieto. Questa è l’etica della libertà progressista da proporre ai cittadini come antidoto all’etica conservatrice sottesa alla legge 40/2004.