Recensione
di Generoso Picone, Il Mattino, 17/12/2004

I giovani, ribelli e guardiani

A dar retta all’indagine Eurisko dell’altro giorno, quelli della generazione a vita bassa sono soddisfatti della propria vita e vanno d’accordo con i genitori. Non fossero così ossessivamente attaccati alla tv e al telefonino, questi italiani dai 14 ai 19 anni correrebbero il rischio di non esser neanche presi per giovani. Almeno per come uno si aspetta che appaiano, secondo i moduli interpretativi che identificano la giovinezza con l’ansia del cambiamento e la tensione al conflitto. Magari oggi non è più così, decisamente qualcosa è mutato e anche la bella espressione utilizzata da Walter Benjamin per dire del percorso che la gioventù è chiamata a compiere per raggiungere «quel centro dove nasce il nuovo» sembra purtroppo da rivedere. Conviene allora fermarsi un momento e dare uno sguardo critico al passato: si accerterebbe che il cosiddetto mondo giovanile è sempre stato il prodotto del racconto e della spiegazione data dagli adulti, i quali ne hanno modellato il profilo a partire da un punto di vista e utilizzando categorie concettuali che erano i propri. Non dei giovani. Il cui angolo visuale, al contrario, risultava trascurato e messo ai margini. Salvo poi accorgersi, sorpresi e spiazzati davanti ai dati dell’ultima ricerca sociologica, che c’erano elementi sfuggiti all’attenzione e allo studio. E dunque bisognava rifare i conti. È l’obiettivo de Il secolo dei giovani, il lavoro collettivo curato da Paolo Sorcinelli e Angelo Vanni, storici dell’Università di Bologna, che attraverso dieci saggi e un eloquente corredo di 41 fotografie indaga il rapporto tra nuove generazioni e storia del Novecento (Donzelli, pagg. 304, euro 28). Lo fa coprendo un arco di temi che va dalla Belle epoque agli sms, da Marinetti a Mtv, da Giuseppe Mazzini a Isabella Santacroce, mettendo in campo ricercatori accademici e critici musicali i quali propongono in buona sostanza due chiavi di lettura: come i giovani hanno interpretato alcuni passaggi strategici nel corso dello scorso secolo, come essi sono stati rappresentati in base all’evolversi dei parametri culturali e sociali. Lungo i cent’anni che hanno visto svolgersi rivoluzioni e guerre, nascere e svanire ideologie, montare totalismi e olocausti, la storia dei giovani è una sorta di linea continua in cui poter cogliere importanti segnali rivelatori dei cambi di stagione. Se una conclusione immediata è possibile trarre da una tanto complessa e ricca ricognizione, potrebbe stare dunque nella deduzione dei due curatori: «Non è possibile ideologizzare e cristallizzare l’identità del giovane nella figura del ribelle. I giovani si mostrano contemporaneamente con il volto del ribelle e con il volto del guardiano rispetto alle idee e ai costumi che vengono loro proposti. Anche perché non esiste ”una sola gioventù”». Dunque, i giovani non sono costituzionalmente ribelli e mettono in atto forme di protesta quando la società attraversa una fase di rapido mutamento e, cambiando le condizioni di vita, rende difficile se non impossibile l’integrazione. Ma essi sanno essere pure i custodi dei valori della comunità, esercitando un ruolo conservatore di tutela di un ordine culturale e sociale che ritengono minacciato. Comunque, pretendono di essere protagonisti. Dalla loro irruzione sulla scena occidentale negli anni Cinquanta, passando per i Sessanta e il fatidico ’68, hanno sempre rivendicato autonomia e ribalta: nell’immaginario collettivo questi periodi hanno conquistato una suggesione emotiva anche in ragione dell’istanza di cui la gioventù si fece portatrice. Oggi, nel periodo del mercato globale e del sentire comune generazionale dettato dal marketing planetario, con l’assillante richiamo degli adulti al prolungamento spesso goffo di uno status giovanile, il nodo rimane quello della difesa della propria identità. Personalità e autonomia sono i nodi con cui confrontarsi, ricorda Alberto Bernardi recuperando le considerazioni di Umberto Segre nel ’68. Generazione X, si diceva qualche anno fa a proposito dei nuovi giovani. Nel senso della loro indefinibilità, almeno da parte degli osservatori: oggi varrebbe di riproporla per l’incertezza nel futuro e l’angoscia interrogativa che prende ad affrontarlo. Aspettare di diventare adulti, come consigliava con idealistico distacco Benedetto Croce, non è più un progetto di vita. A volte pare una condanna.