Recensione
di Alberto Papuzzi, La Stampa, 25/11/2004

Noi siamo i giovani

Si può fare una storia dei giovani? E cosa significa una storia dei giovani? La risposta è duplice: da un lato si può raccontare il passato dal punto di vista, con lo sguardo e la prospettiva, delle giovani generazioni; dall'altro si può verificare com'è cambiata nel tempo la condizione giovanile. In entrambi i casi ne viene fuori una narrazione suggestiva, perché è legata ai conflitti generazionali, agli stili di vita, alla concezione del sesso, a gusti e consumi, dai libri alle canzoni, dalla moda ai gerghi, dal cinema alla televisione, da Internet agli Sms. Per citare episodi, come nella storia politica si citerebbero personaggi e battaglie, ecco succedersi i balilla, gli apprendisti, i ragazzi di vita e i teddy boys, la chitarra e il piercing. Esce a fine settimana un libro, a più mani, che mette a fuoco questo rapporto fra giovani e storia e legge il Novecento, secondo il suggerimento del titolo, come Il secolo dei giovani (a cura degli storici dell'Università di Bologna Paolo Sorcinelli e Angelo Varni, editore Donzelli, 304 pagine, 28,00 euro). Naturalmente ci sono premesse da chiarire, per diradare le ambiguità che caratterizzano il tema. Innanzi tutto, che cosa intendiamo con la parola giovani? E da quando ci si pone la questione dei giovani? Il concetto di giovane, come figura autonoma, rispetto al bambino e all'adulto, si forma nell'Ottocento, spiega il libro, e anche testi di uso comune ne danno la definizione, come il Vocabolario degli Accademici della Crusca (Firenze, 1893): «Colui che è nell'età intermedia tra l'adolescenza e la virilità». Attorno a questo stadio della vita ragionano quindi il grande sociologo Norbert Elias e un affascinante studioso, Philippe Ariès. Su come prendere i giovani, dal punto di vista della storia, si fanno diverse e contrapposte ipotesi: considerando le generazioni alla stregua di evidenti fenomeni collettivi (Karl Mannheim) o distinguendole secondo i rapporti che intrattengono con quelle degli adulti (Ortega y Gasset); Levi e Schmitt, nella Storia dei giovani curata per Laterza, propongono la giovinezza come fase dei cambiamenti. Se noi prendiamo il Novecento italiano, che storia dei giovani si può tracciare? Quali ondate generazionali emergono dai dieci capitoli di questo libro? La prima generazione giovanile, che si affaccia sugli inizi del secolo, è quella dell'associazionismo. Numerosissimi giovani, soprattutto borghesi, prendono parte alle attività organizzate nei giochi e nello sport, per esempio dalla Federazione di ginnastica (1869), dall'Unione velocipedistica (1885), dalla Federazione Nuoto (1895), dalla Federazione football (1898), dall'Automobile club (1899). E' un'età d'oro della gioventù, con il culto del «tenersi in forma». Dinamiche analoghe si registrano fra i giovani inglesi e tedeschi. E nel 1905 spuntano a Genova gli scout, con il significativo nome di Juventus iuvat. Alla generazione salutista si contrappone quella della guerra: del servizio militare, delle manifestazioni interventiste, quella che vede morire nel primo conflitto mondiale quattrocento soldati italiani al giorno, quella che canterà incoscientemente Giovinezza, l'inno fascista composto nel 1920. Anche in questo caso, è un fenomento di dimensioni europee: si mettono in evidenza le analogie con situazioni di altri paesi, come la Gran Bretagna dove i giovani della nobiltà, cresciuti nel mito dei Seicento di Balaclava, si fanno decimare nella Grande Guerra, per difendere l'élite tradizionale. Il giovanilismo futurista, con la guida frenetica di Marinetti, che non a caso parlava di «pugni calci e schiaffi svecchiatori», e quello nazionalista, con l'immagine avventurosa della «gioventù che trabocca», agitata guerrescamente da Gabriele D'Annunzio, portano alla generazione della «gioventù fascista», prima sbandierata come alternativa a tutto ciò che appariva vecchio, quindi organizzata in strutture istituzionali: l'Opera nazionale balilla (Onb, nel 1926) e la Gioventù italiana del littorio (Gil, nel 1937), con i Littoriali dello sport, della cultura e dell'arte. Nel dopoguerra si profilano due immagini di generazioni giovanili, prima la «gioventù del lavoro» degli anni cinquanta e sessanta, con la massa di ragazzi e ragazze avviati a officine e uffici, soprattutto attraverso l'istituto dell'apprendistato, poi la «gioventù scolarizzata» degli anni sessanta e settanta, dopo la riforma della media unica e l'apertura delle università. Due mondi della società affluente sviluppatasi con il boom, in grado di disporre di denaro e che vivono con minori incertezze. Per cui sono esposte al consumo, il più potente agente di erosione delle identità tradizionali: sono la premessa perché i giovani si costituiscano in target. In questo nuovo quadro si delineano «l'ondata del ribellismo» (teddy boys, ragazzi con la maglietta del luglio 1960, capelloni e contestatori, quelli del Sessantotto e gli autonomi del Settantasette) e «l'ondata del lusso», nella fase successiva, con gli anni del riflusso, con i paninari, le moto fuoristrada, le discoteche, i viaggi al'estero, la fitness e l'high-tech. Due dati fra la mole che offrono i saggi raccolti nel libro: nel 1970, all'apice della protesta, soltanto il 7% dei giovani italiani si dichiarava «impegnato»; nel 1997 quattro milioni di giovani frequentavano le 6000 discoteche italiane. Ma il bello è quello che sta dietro, e che sembra unificare ribelli e rifluenti: la motorizzazione giovanile, a partire dalla Vespa; giornali (Ciao e Big, entrambi del '66) e tivù prodotti per i giovani, con Bandiera gialla, '65-'70, che riceve tredicimila lettere al giorno, gli orizzonti musicali, spesso più tenaci dei mutamenti (rock, Beatles, Dylan, punk, techno, rap), le trasgressioni sessuali e le libertà fra i sessi (attraverso citazioni da Pasolini a Moravia, fino agli Altri libertini di Tondelli). E l'alternativa incessante fra predominio della famiglia e predominio del gruppo. L'ultima, quella presente, che ci circonda, è la «generazione high-tech»: della play-station, di Internet, di e-mail e Sms, del gruppo virtuale, dove si scrive in maiuscoletto, per emulare la voce alta, «HAI CAPITO?», «CE L'HAI FATTA?». E, se ci sono problemi, i giovani possono sempre cantare, insieme ai Rokes, Che colpa abbiamo noi, «per un mondo vecchio che ci sta crollando addosso», o insieme ai Nomadi, «Come potete condannar/ Come potete giudicar/ Per i capelli che portiam?».