Recensione
di Alberto Papuzzi, La Stampa, 04/01/2005

Viaggio in Calabria, fascino dell’abbandono

«Integrato, camuffato, mimetizzato tra le rocce sotto la vaga forma di una mano si adagia Pentedattilo - il termine greco del periodo bizantino pentedàktylos significa cinque dita -, uno dei più incantevoli paesi abbandonati della Calabria e di tutto il Mediterraneo». Da questo luogo fra arenarie rossastre, verso le pendici dell’Aspromonte, all’inizio del litorale dello Ionio, parte uno straordinario percorso culturale, nello stile di viaggio di un Chatwin, fra una miriade di paesini della Calabria, che prospettano le suggestioni della loro antichità e delle loro rovine. Un viaggio nella storia e nella memoria, sulle orme di altri esploratori, come il meridionalista Zanotti Bianco (l’autore di Tra la perduta gente) o lo scrittore Corrado Alvaro (del famoso Gente in Aspromonte), per non citare il confinato Cesare Pavese, con Bianca Garufi, donna da romanzo. Parliamo di un sorprendente volume che arriva nelle librerie in questo inizio d’anno, con un titolo suggestivo: Il senso dei luoghi, di Vito Teti, seicento pagine (Donzelli Editore). L’autore è docente di Etnologia presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, e ha già curato, per lo stesso editore, Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici (uscito nel 2003). Come si sa dai saggi di Lévi-Strauss alle ricerche di De Martino, fino ai lavori di Malinowski e Polanyi, l’etnologia si presenta come un campo così sconfinato che si presta a tutti i tipi di osservazione: storia e ricordi, miti e riti, comportamenti e relazioni, musica e arte, cibi e vesti, lingue e viaggi. La vastità di esperienze dell’etnologo è appunto l’originale dimensione, diciamo il segreto che nutre la ricerca di Vito Teti. Ma bisogna citare anche un altro modello, per quanto distante e elitario (e probabilmente ignorato dal viaggiatore dell’abbandono): Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Francesco Orlando (Einaudi 1993), fine interprete dell’opera letteraria in chiave psicoanalitica. Perché Orlando - non a caso allievo di Tomasi di Lampedusa - frugava anch’egli fra «Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti», come suonava il sottotitolo della sua aristocratica impresa. E’ la stessa operazione compiuta dall’autore del Senso dei luoghi, in chiave geografica invece che letteraria. Ma, nell’uno come nell’altro caso, è la ricchezza celata nei cascami a produrre le suggestioni che seducono il lettore-viaggiatore. Da Pentedattilo si scorgono le ciminiere a righe bianche e rosse di Saline Ioniche, «la più inquietante città morta della Calabria», perché concepita per produrre bioproteine che si rivelarono cancerogene, quindi morta, se si può dire, prima di nascere. Da lì si prosegue per luoghi di processioni e luoghi di alluvioni, come Roghudi, il paese «più infelice d’Italia, forse del mondo», di cui Teti incontra l’ultimo abitante, custode della consapevolezza della fine di un’epoca, testimone del pianto per la fine di un mondo. O come i ruderi di Briatico vecchia, dove un canto di penitenti ricorda il terremoto del 1783: «A li cinque di fevraru gran fracelli/ Versu diciannov’uri fu lu scassu» (Il cinque di febbraio gran flagello/ Verso la diciannovesima ora c’è stato lo sconquasso). Bisognerebbe prendere il volume come una guida turistica e andare di paese in paese, per una regione che racconta il perduto splendore greco in rovine archeologiche sparse, come un tempio di Cibele di cui si favoleggia a Papaglionti; o la fatica della vita contadina e gli scenari della sua cultura, attraverso le pietre, quelle magiche, quelle simboliche, quelle di mulini e frantoi, quelle dei giochi infantili. Due paesi, Africo e Brancaleone, occupano vasto spazio, perché hanno giocato partite fondamentali per capire la storia e le trasformazioni dell’universo calabro, la sua stessa evoluzione nelle forme del mito e della metafora. Ma la forza del libro è la costellazione di piccoli centri, satelliti di un pianeta relegato nei luoghi comuni della geografia, in realtà meta intensa di viaggi orfici.