Recensione
di Goffredo Fofi, Avvenire, 30/10/2004

Nelson Mandela racconta fiabe per salvare l'Africa

Nelson Mandela è «pensionato» dal 1999, dopo aver riportato il Sudafrica alla decenza con una saggezza politica di cui non si ricordano molti altri esempi (in Europa l'ultimo politico degno di questo nome e di quella responsabilità è stato forse Willy Brandt). Ha tempo a disposizione, e sa usarlo bene. Per esempio, scegliendo dalle tante raccolte di fiabe africane quelle che più gli piacevano o gli sembravano rappresentative, e presentandole agilmente in un volume riccamente illustrato (da artisti africani), disponibile oggi in italiano grazie a Donzelli (Le mie fiabe africane, trad. di Bianca Lazzaro, pp. 192, euro 21, e il prezzo dipende dalla colorata ricchezza delle immagini). In realtà si tratta di fiabe o miti o storie, il genere cambia. E più che di Africa, si tratta di Africa del Sud (non solo Sudafrica): i due terzi dei testi provengono di lì. Spesso gli studiosi che le hanno raccolte sono bianchi, forse non solo africani, ma anche questo va a onore della saggezza mandeliana. Alcune di esse, vengono dalla minoranza malese del Sudafrica, e sono quelle in cui si sente il magistero orientale, l'eco delle Mille e una notte dell'Asia. La traduttrice ha operato con molto rispetto degli originali, ma per una volta avremmo voluto una trascrizione più libera, adattata nel linguaggio, al lettore bambino italiano - un po' come aveva fatto per le fiabe di cento dialetti il nostro Calvino cinquant'anni fa. Ma che incanto, in questo «altrove»! Che viaggio della fantasia stimolano per esempio le avventure di così tanti animali - tutti o quasi tutti i protagonisti delle fiabe lo sono, e sono i mediatori del mistero, gli specchi dell'uomo, i portavoce della natura, sono bizzarri e astuti, benevoli o malevoli come gli dèi dei greci e degli indiani. Non sono molto le storie che somigliano alle nostre, anche se Pollicino e Cenerentola finiscono sempre per sbucar fuori, sembrano rispondere a un bisogno di spiegazione mitica dell'ordine delle cose, rispondono ai "perché", alle interrogazioni primarie: come è nata la vita, cosa significano gli altri? Perché ci sono il Bene e il Male? Che senso ha l'uomo in questo insieme? I narratori Ashanti, ricorda Mandela, cominciano sempre le loro storie affermando: «Noi non vogliamo, non vogliamo affatto intendere che quel che ci accingiamo a raccontare sia vero». Forse è semplicemente più vero del vero... E molte fiabe hanno al posto del nostro «C'era una volta un Re» o «Quando Berta filava» o «Al tempo d'a 'gnora Ava» un più modesto e più affascinante «Al tempo in cui gli animali conversavano tra loro». La fiaba più bella è però l'ultima, che parla della figlia del Sole, la «madre che divenne polvere» per amore dei suoi tanti figli, i tristi abitanti della Terra che non ascoltano i suoi consigli e la Terra sfruttano e distruggono, e che pure la madre continua ad amare anche dopo la morte, perché il Sole le ha detto «Non hanno chiesto loro di venire al mondo» e i figli stessi le ripetono «Tu sei la Madre, ci hai messo al mondo. Devi prenderti cura di noi». Anche se sono aggressivi, pavidi, sgarbati, bugiardi, sfuggenti, negativi, e prepotenti e assassini coi loro fratelli. È molto triste, la storia della Madre di tutti i Figli.