Recensione
di Angelo D'Orsi, La Stampa, 31/10/2004

Non tutta la partitocrazia vien per nuocere

Mentre il Cavaliere lecca le sue ferite, tra un caso Buttiglione e l’altro, le sconfitte elettorali e le risse interne alla sua maggioranza, v’è chi si chiede (prematuramente?) se l’ennesimo «uomo della provvidenza» non si sia già avviato sul sunset boulevard. Altri osservatori producono indagini per comprendere meglio il «fenomeno Berlusconi», su cui si è già costituita una biblioteca ragguardevole di studi italiani e stranieri. Sbocco di tendenze più antiche, rivelazione di mali atavici, causa e insieme effetto di una crisi epocale della Repubblica...: sul berlusconismo si sta innestando una piccola «questione omerica» che ricorda i dibattiti classici sul fascismo. È significativo che molte delle ormai numerose opere di sintesi sull'Italia del secondo dopoguerra, anche quando non arrivino cronologicamente a toccare la famosa «discesa in campo» del signor Mediaset, vi facciano comunque riferimento, per dare conto di tendenze complesse della società e della politica italiane post-1945. Lo fa ora, con intelligenza, Salvatore Lupo, storico siciliano noto per i suoi studi sulla mafia, ma anche sul fascismo. Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica (Donzelli, pp. 312, e24,50) è opera di storia, certamente, ma condotta con forti aperture alla politologia e alla sociologia politica: storia politica nel senso più pieno dell’espressione, insomma; e ora che le «mode» della storia sociale, variamente e talora bislaccamente declinata, sembrano un po’ tramontate, lo si può fare senza timore di essere tacciati di «passatismo». Ma in questo bel libro v’è una sorta di coerenza tra l’approccio metodologico e la tesi di fondo dell'autore, ossia un lavoro di storia politica che esalta la politica e, contro le posizioni «antipartito», si risolve in una apologia del sistema dei partiti, anima stessa della democrazia. Lupo traccia il suo percorso storico dalla proclamazione della Repubblica con il referendum del 2 giugno 1946, fermandosi al cadavere di Aldo Moro fatto trovare dai suoi assassini il 9 maggio 1978, a Roma, in quella via Caetani strategicamente scelta per la sua equidistanza tra le sedi del Pci e della Dc. E fornisce una chiave interpretativa che rinvia dal presente al passato storico: la polemica contro i partiti politici, che è spesso tutt'uno con la polemica contro il «parlamentarismo», e che sfocia ancora più di sovente in generici e qualunquistici atti d'accusa contro la classe politica, a cui viene opposta una mitica «società civile». Là dove la politica fallisce, insomma, si pretende di intervenire con una supplenza del mondo dell'impresa, della finanza, delle professioni. Ma esiste anche una tradizione di rifiuto dei partiti, e del loro ruolo, che nasce a sinistra, e si sviluppa su linee che spesso sfociano in un ribellismo spontaneo, non privo di nobiltà, ma confuso e generico, e talora anche nell'eversione vera e propria, che fa della scelta della clandestinità e della lotta armata la sua politica. Accade così che la critica delle logiche oligarchiche insite nei partiti di massa (che rinvia al tedesco italianizzato Roberto Michels) giunga a fondersi con un generico disprezzo di una vaga e talora fantomatica «partitocrazia»: tale critica ha padri nobili nel giornalismo, da Montanelli a Bettiza, e trova bizzarramente quinte colonne interne allo stesso vilipeso sistema dei partiti, da Cossiga a Mario Segni, da Pannella a Occhetto. La polemica antipartitocratica, con un connesso richiamo a un «popolo» depositario di virtù genuine e a una «società civile» appunto mitizzata, funge, nella storia degli ultimi decenni, da strumento primo dello smantellamento della Costituzione repubblicana, ma anche, e spesso, della stessa identità nazionale. Curiosamente, coloro che si richiamavano alla «gente» contro gli «inganni» partitocratici, sono sempre stati puniti in termini elettorali dalla stessa gente cui facevano appello. Eppure il lungo assedio che ceti imprenditoriali e finanziari, forze politiche, gruppi intellettuali e un pulviscolo di «opposizione sociale» hanno portato alla «partitocrazia» ha finito col generare quella sorta di «rivoluzione» (passiva, forse dovremmo aggiungere, con Gramsci) che ha prodotto, dopo la stagione di Mani Pulite e, naturalmente, il crollo del Muro, il maggioritario, l'invenzione della «Padania», Berlusconi (eccolo!) e la sua idea di «ammodernamento» dell'Italia i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Lupo va alla ricerca dei momenti essenziali di questa dialettica partito/antipartito nella vicenda italiana, e mette in luce, quasi una colonna sonora un po' stucchevole, l'ingiuriosa lamentazione su questa Italia «senza»: senza Riforma protestante, senza Stato, senza etica, senza spirito imprenditoriale, e chi più ne ha più ne metta. Una Italia tutta negativa, insomma, nella quale Dc-Pci-Psi, ossia i tre grandi partiti di massa che ne hanno costituito la spina dorsale politica, a partire da un certo momento vengono additati alla pubblica opinione come i primi «colpevoli». Anche grandi intellettuali, storici, scienziati, politici e giornalisti, a partire da anni ormai lontani, si erano messi su questa strada: invano un Bobbio, che pure ebbe il suo momento di simpatia craxiana, si richiamò ai valori e alle norme classiche del liberalismo; invano un Berlinguer alzò la bandiera della «questione morale». Mentre la corruzione diventava la regola della vita pubblica italiana, gli stessi corruttori alzavano il dito contro «il sistema», e schiere di sedicenti liberali (e neoliberali) declamavano tranquillamente la necessità di sottrarsi alle regole della democrazia, considerate «impacci» alla governabilità: qui il ruolo di Craxi (e dei suoi consiglieri, a cominciare dal più colto e intelligente, il «Dottor Sottile», Giuliano Amato) fu decisivo. L'esito fu l'implosione del sistema, con la perdita di una larga fetta del potere di rappresentanza di quei partiti, la loro frantumazione, e il crescere di fenomeni disgregativi, con la nascita di movimenti politici antipartito: Forza Italia è stato quello più fortunato, anche per la micidiale «potenza di fuoco» finanziaria e televisiva del suo leader, dando vita alla non del tutto inedita figura (Lupo richiama il dimenticato, non irrilevante fenomeno di Achille Lauro, «il comandante») dell'uomo-partito, che ha inaugurato la stagione politica in cui ancora viviamo, sommersi da liste personali che, all'ombra di un capo più o meno carismatico, appaiono una penosa caricatura della dialettica politica. Ebbene, al cospetto di tali esiti, e di scenari poco incoraggianti per un futuro in cui la politica sia dominata da un pugno di padri-padroni, che elidono giorno dopo giorno l'edificio repubblicano, Lupo mostra e dice a chiare lettere che la Repubblica dei partiti (per usare la formula resa celebre da un libro di Pietro Scoppola) non è stata tutta da buttare, e che, a guardare con onestà gli elementi di fatto, le luci sono state più numerose e importanti delle ombre. Come dargli torto?